riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

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Le paure della Fifa

Posted by pj su 18 giugno 2010

Riecco la Fifa inflessibile, severa, rigida ed equidistante. Ne sentivamo la necessità: in un mondo del calcio dove la furbata è all’ordine del giorno, dove i soldi portano a intrallazzi e malversazioni, dove i problemi dello sport si sommano a quelli della geopolitica, ecco che la Fifa riprende il suo ruolo di custode della pace e dell’ortodossia.

Sì, ne sentivamo il bisogno: faceva troppo male sapere che Blatter e soci avevano glissato con un sorriso sul caso Henry, su quel colpo di mano voluto e rivendicato, grazie al quale la Francia aveva segnato il gol decisivo per accedere alla fase finale della Coppa del mondo. L’Irlanda aveva rivendicato i suoi diritti, esponendo le sue ragioni e chiedendo giustizia: la ripetizione della partita o l’accesso ai Mondiali come 33.ma squadra.
Blatter, come sempre, aveva sfoderato il suo sorriso da politico promettendo di pensarci, e poi come sempre aveva detto che no, non si poteva fare: chi aveva avuto, aveva avuto; chi aveva dato, aveva dato. Così parlò la Fifa in quell’occasione, e la soluzione puzzava di opportunismo, o di interessi sporcati da principi diversi rispetto a quelli rivendicati – d’accordo, erano le Olimpiadi e non i Mondiali di calcio – da De Coubertain.


Finalmente, dicevamo, la Fifa ha preso posizione. Ieri, alla conferenza stampa in vista della partita tra Inghilterra e Algeria, i giornalisti avevano chiesto a Wayne Rooney «notizie sulla croce che porta al collo in allenamento. L’attaccante inglese racconta: “Ce l’ho da quattro anni. Certo non posso metterla durante le partite”». Ma, riconosce, “sono cattolico, è la mia religione”».

«La risposta – segnala il Corriere – innesca un’altra domanda» sul tema, e «a questo punto interviene Mark Whitle, capo delle relazioni pubbliche della Fifa, che fischia fuorigioco. “Qui non ci occupiamo di religione“», sentenzia inappellabile.

«Parliamo di schemi – rileva il Corriere -, di vuvuzela, di aria fritta, del campo che al mattino è gelato. Ma “we don’t do religion”», non ci occupiamo di religione.

«Va bene che il calcio è una religione laica – obietta il quotidiano -. Ma pure Maradona invocò “la mano di Dio”. E l’arcivescovo Tutu dice che le trombe dei tifosi sono “sacre”. Perché la fede di Rooney deve essere tabù?».

La risposta – che Blatter non darà mai – è tutto sommato elementare: fino a quando un calciatore smodato e scorretto chiama in causa Dio per giustificare un gol irregolare, nessuno si lamenterà. Fino a quando Tutu mescola religione e politica, teologia della liberazione ed etologia, nessuno obietterà.

Se però qualcuno osa parlare di fede e non di religione, e ne parla in termini semplici, senza contaminarla con argomenti capaci di disinnescare il suo potenziale di riflessione e cambiamento interiore, allora la censura è, e sarà sempre, inevitabile.

Perché la fede cambia la vita e la società: modifica il rapporto che abbiamo con gli altri, il nostro approccio nei confronti dell’esistenza. Porta l’essere umano senza speranze a trovare nuove motivazioni, un nuovo scopo.

In una parola: la fede destabilizza gli ordinamenti che sussistono puntando sulla mediocrità o sulla repressione.

La Fifa, a differenza del Comitato Olimpico, non può rischiare di irritare questi paesi: sollevare le proteste, o un boicottaggio, dei paesi arabi o delle ultime roccaforti comuniste comporterebbe una perdita economica e politica incalcolabile. E allora meglio ridurre i riferimenti al cristianesimo, limitandoli alle battute e sfrattandoli dai discorsi seri.

Alle prove generali, nelle precedenti edizioni dei Mondiali, erano state vietate le preghiere in campo e le scritte bibliche sulle magliette.

I cristiani del mondo libero hanno brontolato un po’, ma poi si sono adeguati senza troppi patemi, dimostrando di essere una controparte morbida in un mondo di posizioni granitiche.

E allora, dite: perché la Fifa non dovrebbe continuare ad approfittarne?

2 Risposte to “Le paure della Fifa”

  1. RADIOLONDRA said

    Una volta i bigotti, chiusi a riccio ad ogni realtà estranea al loro mondo, abbondavano di più fra le persone religiose; oggi sembrano più numerosi dall’altra parte della barricata.

  2. Luca said

    Non ho mai visto spendere dalla Fifa così tante dichiarazioni per le parolacce o bestemmie in campo, o per le vere e proprie truffe che sono le false cadute ed infortuni.
    La soluzione è semplice: disobbedienza alla Fifa. Non si può pregare prima di una partita? bene, noi preghiamo lo stesso. Non si può testimoniare la fede? Bene, noi la testimoniamo lo stesso. Basta non interferire con la partita, col rendimento atletico e con lo spettacolo.
    Se me lo permettete chiudo con una citazione/battuta biblica:
    Non ci è stato dato uno spirito di “Fifa” (“di paura” nel testo originale) ma di Forza, di Amore e di Autocontrollo…

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