riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

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Un percorso di attenzioni

Posted by pj su 4 giugno 2010

La depressione post partum sta assumendo dimensioni preoccupanti. A lanciare l’allarme è il Corriere che segnala come “Molte più donne di quanto si immagini hanno provato l’impulso di eliminare il bambino appena nato. Dipende dall’incapacità mentale di inserire il piccolo nel loro schema relazionale. E’ come se lo sentissero un estraneo”.

Il problema, indubbiamente, esiste e non va sottovalutato: ogni anno tra le 50 e le 75 mila neomamme vengono colpite dal cosiddetto baby blues, e in mille casi il neonato sarebbe in pericolo “a causa delle condizioni mentali precarie di chi l’ha messo al mondo”.


A mali estremi, estremi rimedi, deve aver pensato la Società italiana ginecologi, che propone di sottoporre le donne a rischio a un trattamento sanitario obbligatorio, come la schizofrenia e le psicosi. “Certo – precisa il Corriere – si tratterebbe di una cura ben diversa da quella utilizzata per schizofrenici e psicotici… Basterebbero operatori qualificati, anche un infermiere, che resta al fianco della mamma 24 ore su 24, a casa. Per proteggerla e, allo stesso tempo, permetterle di accudire il piccolo”.

L’idea trova una ferma opposizione negli ambienti psichiatrici, dove si sostiene che “il trattamento sanitario obbligatorio è l’ultimo degli strumenti da applicare… Il rischio – ragiona Alberto Siracusano, già presidente della Società italiana di psichiatria – va affrontato con sistemi diversi… Questo si chiama riduzionismo terapeutico. Il vero problema è che i colleghi ginecologi prescrivono farmaci antidepressivi alle donne in attesa considerate a rischio di compiere gesti estremi. Ed è sbagliato. Bisogna creare un percorso di attenzioni“.

“Un percorso di attenzioni” è un concetto che suona decisamente bene. Troppo spesso in ambiente medico si tende a dimenticare che la depressione non è una malattia tradizionale, e per affrontarla correttamente bisogna riconoscere che il disagio in questione non riguarda solo l’aspetto fisiochimico, ma tocca la sfera psicologica-spirituale. Non basta provocare reazioni farmacologiche che rimandano il problema, quando poi mancano un tutorato e un contesto strutturato per accogliere e indirizzare il malato verso una presenza sociale, una relazionalità, una consapevolezza spirituale capaci di guarirlo nel profondo e – se possibile – definitivamente.

La depressione post partum richiede lo stesso “percorso di attenzioni”: la neomamma si ritrova a vivere sensazioni nuove, sentimenti contrastanti, il suo baricentro emozionale subisce un terremoto che lo sposta definitivamente in avanti. Vivere tutto questo da sola le impone un peso non indifferente, che rischia di schiacciarla e che potrebbe venire portato più agevolmente con l’aiuto di una rete affettiva stabile, solida, comprensiva. In parole povere: con una famiglia alle spalle capace di seguire lei e il pargolo, di aiutarla, di incoraggiarla, di impegnarsi insieme a lei a metabolizzare in tempi rapidi l’allargamento della famiglia, i nuovi compiti, le nuove speranze.

Potremmo, in questo senso, lanciare una modesta controproposta: se la soluzione più ragionevole è pagare qualcuno per assistere la neomamma 24 ore su 24, sarebbe più sensato che la persona scelta sia il neopapà, piuttosto che un anonimo infermiere. Nessuno probabilmente rifiuterebbe qualche mese di aspettativa per paternità, e questo momento di intimità inaspettata sarebbe un modo per compattare la famiglia, riorganizzare in tempi più rapidi i ruoli, distribuire le responsabilità, accogliere con maggiore gioia e serenità il nuovo arrivato.

Insomma: al posto di un trattamento sanitario obbligatorio, si potrebbe provare prima con un inedito trattamento affettivo agevolato. Chissà che, per cambiare le cose, non basti questo percorso di attenzioni.

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