riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

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Chi sta peggio

Posted by pj su 7 maggio 2010

La Stampa propone un reportage dalla baraccopoli torinese di Lungo Stura Lazio. Un accampamento abusivo dove si sono adattati a vivere rom e romeni, e dove – con una certa sorpresa – il quotidiano scopre una chiesa evangelica: «Preghiera dei giorni normali, fra topi, pozzanghere e bottiglie di birra: “Preghiamo per noi e per i nostri fratelli che ancora non sono liberi, che ancora non hanno da mangiare e cercano un po’ di giustizia – dice il diacono Ovidio, 23 anni, maglietta nera a maniche corte – Gesù è un buon pastore e aspetta tutti sulla porta del paradiso».

«La messa è finita – continua La Stampa -. In questi giorni il sacerdote pentecostale [sic] Marcel è in Romania, ma le parole di Ovidio sono state comunque di conforto per tutti. Ora ognuno va per la sua strada – sentieri di fango che salgono e scendono in mezzo a sterpaglie e rifiuti – nella sterminata baraccopoli di Lungo Stura Lazio».

Un accampamento organizzato in maniera sorprendente, con “500 persone, centocinquanta minorenni, cento bambini in età scolare, decine di neonati, una chiesa, uno spaccio di biscotti e lattine”.

Una comunità composita dove, come in ogni società, convivono fianco a fianco onesti e disonesti: «Ci sono anche ladri, sicuramente. Ma non solo ladri. Molti uomini vendono ferri vecchi al Balòn. Alcune donne si prostituiscono per venti euro sullo stradone che costeggia la baraccopoli. Ci sono badanti, imbianchini, ragazzi che lavorano al mercato».

E, alla sera, tornano sulla riva dello Stura, dove vivono ai limiti della sostenibilità: «Il più grande insediamento della città è l’unico completamente abusivo. Continua a proliferare a dieci metri dal fiume. Senza acqua, né luce, né servizi… Il paradosso è che, a detta degli operatori sociali, questo è il campo meno problematico di Torino. Ci si entra senza bisogno di essere scortati dalle forze dell’ordine».

Sarà forse anche merito di quel messaggio evangelico che stempera la disperazione. «La baracca al fondo, con le sedie blu, un altare, una chitarra e una bottiglia d’acqua, per quando il sole toglie il fiato. Biserica, betel, chiesa, hanno scritto».

E che permette l’impensabile: lì – racconta ancora La Stampa – i rom evangelici «anche oggi vanno a pregare per quelli che stanno peggio di loro».

Basterebbe questo inciso a togliere il fiato: in mezzo al nulla di un accampamento maleodorante, dove «8 o 10 euro al giorno – racconta una donna – mi bastano per dare da mangiare ai miei bambini», dove ci si ingegna tra baracche e pozzi nella speranza di evitare un controllo delle autorità che costringerebbe molti al rimpatrio; in un ambiente tra i meno appetibili, in una condizione tra le più critiche, si prega per chi sta peggio.

Persone la cui libertà è messa quotidianamente a rischio da un controllo che ne accerterebbe la condizione di clandestinità pregano “per i nostri fratelli che ancora non sono liberi”.

Persone che mettono a stento insieme il pranzo con la cena mendicando qualche moneta in piazza, rivendendo rottami,  spaccandosi la schiena come braccianti senza tutele pregano per coloro “che ancora non hanno da mangiare”.

Persone che non riescono a regolarizzare la loro posizione, e talvolta per la loro inferiorità legale si ritrovano vittime di abusi, pregano per quanti “cercano un po’ di giustizia”.

Vivono a pochi metri da noi, ma sembra un altro continente. Eppure pregano per quel mondo dolente e indigente di cui, nella nostra ottica, fanno pienamente parte.

La loro chiesa non è accogliente come le nostre: le sedie non saranno allineate, il pavimento non sarà tirato a lucido, il tetto in lamiera non garantirà un clima favorevole.

Le loro vite non sono come le nostre. I loro pensieri e i loro bisogni surclassano, questo sì, i nostri. Ma i loro occhi non sono bendati da un egoismo viziato che riduce a pensare sempre in prima persona singolare.
Così, anziché implorare di stare meglio, di godere di benedizioni e fantomatiche prosperità, pregano per chi sta peggio.

Perché c’è sempre chi sta peggio: loro, anche se incrociano ogni giorno un mondo scintillante di diritti e comfort, lo sanno. Noi, che quel peggio lo sbirciamo  ogni giorno in quei fazzoletti di desolazione che sono i ponti delle tangenziali, le rive dei fiumi, le vecchie fabbriche abbandonate, spesso ce ne dimentichiamo.

Una Risposta to “Chi sta peggio”

  1. Luca said

    Questa è una bellissima testimonianza. Penso che queste chiese, pur con tutti i loro problemi, dimostrino la vera dignità che Dio regala ai credenti, che non è quella di un bel locale, o di un bel gruppo di lode, ma che è esclusivamente la nuova natura in Cristo.
    Tutto il resto è contorno. Ha veramente poca importanza.

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