riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

    Vi aspetto su riflessietici.wordpress.com

Gabbie da passeggio

Posted by pj su 5 ottobre 2009

Il Corriere segnala che, almeno a Milano, i bambini in passeggino sono sempre di più. E non perché aumenti il numero di pargoli, ma perché si estende la fascia d’età coinvolta dall’uso: se una volta il passeggino serviva per trasportare con comodità i bambini che ancora non sapevano camminare, oggi prevale l’abitudine di sfruttare il mezzo fino alla soglia dei sei anni.

Insomma, circolano passeggini «Pieni di bambinoni extra-large. Hanno quattro, cinque, sei anni. Camminano poco. Corrono al parco e poi si siedono, cinture allacciate e via, verso casa, il supermercato, la fermata del tram, il metrò. Con il passeggino che diventa un porta-bimbo e un porta-robe».

Ovviamente a quell’età i bambini hanno le gambe salde e una gran voglia di camminare, e farebbero volentieri a meno di un mezzo che li costringe a subire la città anziché scoprirla e viverla. I pericoli sicuramente ci sono, ma – come un noto testo ricorda – in base a questo ragionamento la nostra generazione dovrebbe considerarsi sopravvissuta per miracolo alle tante insidie della quotidianità che solo oggi ci vengono prospettate.

In base a queste premesse il motivo di questa agevolazione forzata non va ricercato tanto nei pargoli, quanto nei genitori.

E in effetti, tra un’intervista e l’altra, le mamme ammettono la vera motivazione che le spinge a spingere il passeggino anche quando non servirebbe: «Viviamo in una città caotica, andiamo sempre di fretta, abbiamo mille impegni».

Impegni di lavoro e di piacere, riunioni aziendali e sessioni di ginnastica, corsi di lingua straniera e spesa settimanale: le giornate non sono mai abbastanza lunghe per contenere tutto ciò che vorremmo fare. La conseguenza è che dobbiamo scegliere. Ma scegliere non fa parte della nostra cultura, specie quando la scelta obbligata – il lavoro, si sa, non si può eliminare – ci porterebbe ad accantonare ciò che ci piace.

E allora tentiamo di comprimere i tempi morti, o i tempi che dedichiamo agli altri: la fretta ci impedisce di scambiare quattro parole con i vicini, di informarci sulle condizioni di salute dei parenti, di fare una telefonata di auguri o di consolare chi soffre. Non abbiamo tempo.

In quella corsa a ostacoli che è diventata la nostra vita i tempi sono rigidi e non possiamo permetterci di sgarrare. E allora meglio imbarcare il piccolo sul passeggino: se ne starà buono (dovrà stare buono), non ci strattonerà per indicarci un cagnolino o per chiederci come mai quel signore sta seduto a terra con la mano tesa, non ci distoglierà dai nostri pensieri stimolato dalle domande che la metropoli gli susciterà, e che – come genitori – saremmo chiamati a sviluppare, gestire, indirizzare.

Per dirla con le parole di Alessandro Balducci, docente di Pianificazione urbanistica al Politecnico, l’uso esagerato del passeggino è anche «la deriva dell’individualismo più sfrenato».

I bambini ci guardano, cantavano i Pooh. O, almeno, ci guardavano: oggi, bloccati dalla comodità di un trasporto indesiderato, non possono farlo più.

Il dramma è che nemmeno ce ne accorgiamo. E che, alla fin fine, non ci sembra così grave.

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