riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

    Vi aspetto su riflessietici.wordpress.com

Se la guerra è finita

Posted by pj su 17 settembre 2009

Il Magazine di questa settimana parla del cambio di rotta che ha caratterizzato il movimento evangelico USA in questi ultimi tempi: Ennio Caretto, nel descrivere la novità, conia la definizione di cristiani obamiani, che puntano “su clima, crisi e sanità per tutti”.

Naturalmente non perdono il loro nerbo i classici conservatori – su tutti l’inflessibile decano dei tele e radiopredicatori, James Dobson -, ma si avverte una nuova sensibilità, oltre che l’esigenza di cambiare e capire una realtà sempre più complessa, che si adatta meno che mai al consunto schema manicheo del confronto tra bene e male.


E allora, per reazione – e non senza qualche forzatura in senso opposto rispetto alla tendenza precedente – si comincia a parlare di temi attuali, di questioni finora trascurate ma con cui è necessario confrontarsi, a partire dalla crisi e da quell’etica economica sulla quale troppo a lungo anche i cristiani avevano abbassato colpevolmente la guardia, isolando in compartimenti accuratamente separati la vita spirituale e la vita pratica e limitando il proprio contatto (quello “ufficiale”, almeno) con il mondo a volantinaggi, tendoni e campagne evangelistiche al parco.

Sarebbe sbagliato però non comprendere che la linea integralista adottata negli ultimi trent’anni da molte chiese evangeliche ha i suoi perché, tra cui – almeno in Italia – l’avanzata del relativismo, l’ostilità cattolica, l’inconsistenza numerica della propria presenza, oltre alla necessità di porre dei punti fermi in una società abituata ai dikat delle ideologie.

La nuova tendenza statunitense ci dice che forse, dopo tanta guerra combattuta tra rifiuti categorici, opinioni granitiche e posizioni inamovibili, è il momento di un armistizio. Non sul piano spirituale – la fedeltà sul campo, per il cristiano, è quotidiana – ma nella strategia.

Identificarsi solo in opposizione a qualcuno o a qualcosa non rende onore alla  vocazione cristiana. Che è qualcosa di più di un “no”: è una proposta, un progetto, una soluzione.

Per valorizzarla dovremmo superare il patema dell’esclusiva, anziché lanciare anatemi e formulare distinguo sempre più capziosi nei confronti di chi ci sta vicino. Dovremmo imparare, quando possibile, a includere anziché a escludere, a collaborare invece di boicottare: anche se comprendere gli altri è più difficile che giudicarli inferiori.
Sentiamo spesso annunciare l’arrivo degli ultimi tempi, eppure continuiamo a giocare in difesa e ben divisi.

L’opposizione fine a se stessa non porta lontano. Arroccarsi può aiutare a garantire la purezza delle intenzioni, ma non la sua applicazione integrale, e comunque comporta una malintesa separazione dal “mondo”, un concetto astratto che usiamo spesso per definire tutto quello che sta oltre la soglia della chiesa.

In quel “mondo” ci sono, certo, malvagità, violenza, corruzione. Ci sono, ovviamente, bisogni, dolore, malattie. Ma ci sono, soprattutto, persone. Persone che si pongono domande e hanno bisogno di risposte. Persone che siamo chiamati a raggiungere con il messaggio che Gesù Cristo ha lasciato: c’è speranza anche per te.

Siamo chiamati a raggiungerle senza attendere che siano loro a cercarci. Gesù non aspettava: andava. Siamo chiamati a raggiungerle con il rispetto dovuto a ogni essere umano, con la sensibilità dovuta a una persona che soffre, con l’affetto e la partecipazione che Spurgeon definiva “passione per le anime”.

Siamo chiamati a raggiungerle diffondendo il messaggio di Cristo, non con una cascata di regole. E, prima ancora, applicando l’amore di Dio: perché Dio è amore, non religione.

Siamo chiamati a raggiungerle mostrando, prima ancora che predicando, la gioia, la serenità, l’amore che viviamo quotidianamente e in ogni situazione (le viviamo, vero?) da quando abbiamo trovato “la” risposta.

Siamo chiamati a essere fratelli maggiori, tutori, consulenti: non giudici, maestri, profeti.

Chissà: forse, sospendendo la guerra, avremo finalmente tempo per dedicarci a chi cerca Dio. E capire che il “mondo”, quel mondo che non conosciamo e ci facciamo vanto di non conoscere, ha bisogno di noi.

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2 Risposte to “Se la guerra è finita”

  1. Agape said

    Un piccolo suggerimento per meglio comprendere quello che sta accadendo negli States riguardo i cosiddetti “cristiani obamiani”.
    Ho avuto poco tempo fa fra le mani un libro del popolarissimo Obama: “La mia fede”. Un libro straordinario nel quale si trova la “dottrina” del presidente che gli ha permesso di fare man bassa di voti fra gli evangelici americani.
    Beh, non so se avrete le mie stesse sensazioni ma mi è sembrato qualcosa di straordinariamente intelligente. Probabilmente è il primo che è riuscito a creare un sincretismo tra fede cristiana e fede democratica (all’americana) che funzioni davvero.
    Credete che il mio commento sia positivo? Tutt’altro. Questa sua capacita mi ha preoccupato.
    Credete che la gente sia talmente stufa della situazione attuale da “soprassedere” sulle verità assolute della nostra fede cristiana, assolutamente unico modo per ottenere la salvezza, ed aprire le braccia a chiunque le prometta un tempo di pace e prosperità?
    Io credo di si, e le ultime votazioni presidenziali in america lo affermano. Le dichiarazioni di Obama qualche mese fa in Egitto lo affermano.
    Io sono preoccupato. Non ci vedo niente di buono. Troppa popolarità e accondiscendenza a livello globale. E senza voler “anticristizzare” anche il presidente nero, sono preoccupato perché le sane barriere del GIUSTO FONDAMENTALISMO CRISTIANO che hanno protetto la moralità e la struttura sociale americana potrebbero essere vicine al crollo.
    Come può un cristiano acclamare come salvatore della patria qualcuno che fa della “normalizzazione” delle coppie omosessuali, dell’aborto e altre nefandezze la propria bandiera?

    • pj said

      Ho letto il libro e anch’io l’ho trovato interessante per l’equilibrio delle posizioni espresse, su cui si indovina un ampio lavoro di cesellatura tipico del personaggio.

      Non dobbiamo infatti dimenticare che Obama è un politico accorto, e lo ha dimostrato in questi mesi: sa cosa dire e cosa fare, ma il dire e il fare non sempre coincidono.

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