riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

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I limiti della libertà

Posted by pj su 10 settembre 2009

A Milano la Corte d’Appello ha sancito che «Non soltanto il matrimonio tra marito e moglie, ma anche il rapporto di convivenza, se intenso e protratto nel tempo, possono fare scaturire lo stesso “dovere di cura”, gli stessi “reciproci obblighi di assistenza morale e materiale” che la legge pone a carico dei soli coniugi e presidia con pene da 1 a 8 anni in caso di “abbandono di persona incapace”».

Tutto nasce da una triste vicenda che, nel 2002, vide morire una cinquantaseienne a causa dell’assenza di cure da parte del compagno; la sentenza odierna capovolge quanto stabilito nel primo grado di giudizio, dove si sanciva che «la legge limitava ai soli coniugi l’obbligo all’assistenza morale e materiale», e se «le due persone non erano marito e moglie ma conviventi… all’uomo non poteva essere applicata… la norma penale che punisce l’abbandono».

Questo decidevano i giudici di primo grado; pochi giorni fa invece il cambio di rotta, che rischia di provocare effetti collaterali non irrilevanti sul piano sociale: un cambio di prospettiva che suona come un passo indietro, verso una visione più tradizionale della società.

In effetti è strano. Fino a ieri le sentenze e i maestri del pensiero moderno ci dicevano che la convivenza era un sacrolaico diritto, che nessuno era obbligato ad assumersi impegni di cui non voleva o poteva garantire l’adempimento per tutta la vita.

I paladini della libertà di scelta sbraitavano che i rapporti di coppia  sono questioni private, che non si è obbligati a scegliere la famiglia, un valore sorpassato o quantomeno da aggiornare, che il rapporto a vita – paragonato talvolta all’ergastolo – non ha più senso; ci proponevano soluzioni alternative adatte a chi voleva un matrimonio senza matrimonio, soluzioni che dovevano essere estese a ogni opzione (uomo-donna, donna-uomo, uomo-uomo, donna-donna) e che comunque non dovevano essere definite “di serie b”.

Di fronte a un tale profluvio di diritti uno si immaginerebbe una società libera, senza limiti e confini, dove la sregolatezza è codice e l’eccesso è norma: oggi ti amo, ma domani devo poter non amarti più. Con tutto quel che segue.

Non sarà il caso dell’uomo di cui parla la sentenza – caso legato, a quanto si legge, più che altro a una situazione di degrado sociale e disagio psicologico – ma il discorso, cinicamente paradossale per ogni persona di buonsenso, fila: lasciare senza cure la compagna malata non è così assurdo se la convivenza è una libera scelta e si ritiene che quel peso limiti in maniera ormai esagerata la propria libertà (e, magari, la qualità della vita).

In fondo starsi vicino “nella buona e nella cattiva sorte” è proprio una formula di quella deprecabile condizione matrimoniale che chi va a convivere non vuole intraprendere: e allora perché formalizzarsi se non viene rispettata?

Naturalmente è un ragionamento che fa strame di concetti come pietà e solidarietà, fino a ieri essenziali nella sopravvivenza della società, ma non si può avere tutto nella vita: se tutto ruota attorno a me, in fondo, non dovrò preoccuparmi di simili dettagli.

Se dunque la convivenza è un matrimonio senza doveri, sorprende che la magistratura – che fino a ieri asseriva e difendeva i diritti del singolo – abbia bacchettato l’uomo per aver lasciato sola la sua compagna. La sentenza, oltretutto, suona raffazzonata: qual è il limite del dovere in un contesto che rifugge la regolamentazione?

Non è logico, non è coerente. A meno che. A meno che qualcuno ai piani alti non cominci a rendersi conto che è poco saggio demolire una struttura senza avere a disposizione un progetto alternativo ragionevole. Che le alternative vanno costruite, non solo profetizzate. Che considerare la famiglia come un istituto desueto ha implicazioni non solo politiche, ma anche sociali ed etiche.

«I giudici non si avventurano in una equiparazione secca tra coniugi e conviventi», ovviamente. Però forse è un primo, timido ritorno verso il buonsenso perduto. E chissà, magari dopo i giudici anche i tanti che si sono lasciati abbindolare dalla chimera della postmodernità sociale si renderanno conto dei limiti di una vita senza limiti.

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