riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

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Il costo di un impegno

Posted by pj su 7 agosto 2009

«È finita l’epoca del tutto gratis», ha annunciato il magnate dei media Rupert Murdoch: lo ha stabilito dopo aver annunciato una perdita di tre miliardi di dollari, nell’ultimo anno, da parte del suo gruppo multimediale – che, tra gli altri, comprende Wall Street Journal, Times, Sun e la piattaforma satellitare Sky -.

La notizia era nell’aria già da tempo, e probabilmente già in molti avrebbero voluto sanare l’anomalia per la quale è normale comprare il giornale o pagare la tv satellitare, ma ogni contenuto presente su Internet deve essere sempre e comunque gratis.

Una disparità di trattamento che ha portato ad alcune difficoltà gestionali: cosa fare degli articoli pagati e pubblicati dai giornali, ma che i siti e gli aggregatori di notizie ripropongono gratuitamente alle spalle dei giornali stessi? È evidente che il web non può fare a meno dei contenuti, ma allo stesso tempo non può pagarli; la rete quindi deve mantenere un difficile equilibrio tra la riproposizione di materiale pagato da altri e la cautela necessaria per non bruciare questa preziosa fonte togliendole le possibilità di sopravvivenza.

Così è; o almeno, salvo qualche goffo tentativo di monetizzare i contenuti web verso la fine degli anni Novanta, così è stato fino a oggi. Fino a quando – parafrasando il compianto Tortora – big man ha detto stop. Quali saranno le modalità di pagamento ancora non si sa, ma certa è la linea: «È finita l’epoca del tutto gratis».

Un discorso che mi ricorda da vicino una frase simile, sentita qualche anno fa a un convegno, e rivolta al contesto del non profit cristiano. Decine di associazioni, organizzazioni, missioni si muovono quotidianamente nel nostro paese con lo scopo di dare aiuto pratico e supporto spirituale a chi ne ha bisogno – si tratti di terremotati, indigenti, disadattati o insospettabili manager che hanno riscoperto la necessità di possedere un’etica del lavoro – e che, nonostante vivano senza produrre profitti, hanno bisogno di aiuto a loro volta per portare avanti i loro benemeriti progetti.

Qualche anno fa in pochi mesi varie organizzazioni di un certo livello hanno dovuto chiudere mestamente, mentre altre hanno rischiato di farlo. Per le strutture che sono rimaste in piedi si è verificata la necessità di riflettere seriamente sul proprio ruolo, di riorganizzarsi, di ottimizzare le risorse tra tagli e risparmi.

È arrivato il momento di interrogarsi, di stringere i cordoni della borsa e concentrare l’attenzione su chi ha veramente bisogno.

Ma è arrivato anche il momento di comprendere che la comunicazione, il contatto con il pubblico, l’approccio con le persone, la qualità del lavoro non si improvvisa. Per portare avanti un impegno di questo genere serve certamente una vocazione, ma non possono mancare lo studio e la preparazione, la conoscenza del contesto e la comprensione del soggetto.

Sono cose che si pagano, ma non c’è alternativa. O meglio, l’alternativa c’è: continuare a seguire la strategia degli enti pubblici, spendendo a pioggia i pochi fondi a disposizione, senza ottenere significativi risultati. A qualcuno, in un moto di fatalistica rassegnazione, forse basterà.

Per tutti gli altri c’è bisogno di un impegno serio, anche a livello economico, che dia sostanza e coerenza a quell’impegno spirituale che dovrebbe permeare ogni aspetto della nostra vita. «È finita l’epoca del tutto gratis», e anche fare del bene richiede un investimento. Un investimento che però, a ben guardare, frutterà interessi ampi: anzi, miracolosi.

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Una Risposta to “Il costo di un impegno”

  1. Sandra said

    Caro Paolo, questo è un argomento piuttosto difficile.

    Intanto credo che per la maggior parte degli evangelici già il dare l’offerta in chiesa sia più che abbastanza, figurarsi contribuire per il mantenimento di una qualsivoglia missione; senza dimenticare che aiutare economicamente un’associazione vuol dire condividerne scopi e progetti e qui si entra nel terreno minato del “a che denominazione appartiene? Quale chiesa rappresenta?”. Nel dubbio, meglio non contribuire affatto almeno non si sentono complici 🙂

    Poi c’è l’aspetto “qualità”, che molti non considerano proprio, perché l’importante “è fare tutto per il Signore”, salvo poi non capire il motivo per cui i risultati sono scarsi.

    Credo che solo singole persone possano nel tempo percepire l’importanza dell’argomento che hai trattato in questo post, e anche se sarà poco, dovremmo comunque esserne contenti: meglio poco che nulla, no? 🙂

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