riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

    Vi aspetto su riflessietici.wordpress.com

Dal giusto al bene

Posted by pj su 27 luglio 2009

Di falsi invalidi è pieno il nostro paese: dai telefonisti sordi ai ciechi con la patente, periodicamente emergono casi emblematici di un malcostume nazionale. D’altronde c’è da capirli: in mancanza di un’etica solida, non è facile dire no a un’indennità integrativa anche quando non se ne avrebbe il diritto. Lo fanno tutti, perché io no?

Ma non è solo questione di soldi: si sa, il denaro va e viene, e qualche espediente per riempire il portafogli si trova sempre. Quello che è difficile recuperare in altro modo è il privilegio. Il privilegio del contrassegno.

Le nostre città sono sempre più intasate di autoveicoli; il centro è spesso off-limits, e comunque la ricerca di un parcheggio si fa sempre più proibitiva. Nei grandi centri commerciali è un po’ più semplice, ma i parcheggi sono distese enormi, e farsi qualche metro a piedi viene visto – paradossalmente – come un handicap.

Giri e rigiri alla ricerca di un posto per l’auto, ti innervosisci quando qualcuno ti precede, ricominci a girare. E intanto con la coda dell’occhio guardi con cupidigia quei tre, quattro posti liberi, riservati a chi si trova con difficoltà motorie.
Talvolta qualche personaggio di dubbia educazione ignora bellamente il segnale e parcheggia comunque senza titolo, ma la riprovazione generale per un comportamento così egoista pare sia ancora abbastanza alta, uno tra i pochi a provocare ancora l’indignazione generale degli astanti.

E allora la mente italiana ha trovato una soluzione geniale: se il posto è libero ma non ne ho diritto, tutto sta nell’accaparrarsi il diritto. Poco importa se le condizioni di base non permetterebbero di ottenerlo: una soluzione si trova. Dichiararsi o far dichiarare invalido un parente costa poco e rende molto.

Così, se un tempo dichiararsi invalidi era motivo di imbarazzo per una menomazione che si percepiva come un limite, oggi è diventato uno status symbol.

Come i vip, meglio dei vip: perché i vip hanno i posti riservati ma fanno antipatia. Chi, invece, sarebbe così malvagio da rigare l’auto a un invalido? La sofferenza è una delle ultime barriere al menefreghismo, tanto che si concede il beneficio del dubbio anche a quel baldante uomo di mezza età che esibisce il contrassegno invalidi sull’auto, ma sgambetta senza apparenti problemi con le borse della spesa.

Il problema nasce quando l’eccesso viene esibito. Come nel caso della ballerina friulana, campionessa di danza del ventre, che si è vista togliere il permesso in quanto non risultava più “sensibilmente” limitata nel movimento.

Molti avrebbero ringraziato il medico per aver sancito un miglioramento clinico, lei no: ricorso in tribunale, peraltro vinto con la condanna del medico che aveva “osato” diagnosticare una condizione di salute non troppo grave.

Poco importa se le performance sportive della donna dimostravano che, in effetti, poteva definirsi sostanzialmente sana: toglietemi tutto, ma non il mio pass.

Se qualcuno obiettasse, i possessori del prezioso tagliando direbbero serenamente che non si tratta di vera disonestà e che in fondo non fanno del male a nessuno.

E proprio in questa affermazione si evidenzia cosa significhi costruirsi una morale priva di punti di riferimento stabili, dove l’utilità o la correttezza di un gesto si misurano solo su una scala di valori assolutamente contingente e personale, senza la possibilità di inserire il giudizio sulla propria azione in un quadro più ampio, ancorato a punti fermi.

Se un comportamento “giusto” è semplicemente “non fare male agli altri”, allora sarà “giusto” anche un comportamento potenzialmente dannoso ma che in quel momento non provoca danno. Sarà giusto lavorare in nero, vivere nel disordine emotivo, usare il denaro in maniera sregolata per soddisfare le proprie passioni.

È evidente che, invece, non è così. E che il “giusto” di cui oggi si parla è frutto di un equivoco.

Per questo dovremmo deciderci a sostituire, una volta per tutte, il “giusto” con il “bene”. Che, anche nella confusione morale di quest’epoca, è più difficile da falsificare.

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