riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

    Vi aspetto su riflessietici.wordpress.com

Ancora hamburger

Posted by pj su 1 maggio 2009

«Uffa, ancora hamburger!»: un grido irritato mi ha fatto voltare, oggi, passando per il parco. A esprimere in maniera vibrata le sue rimostranze gastronomiche era un bambino, avrà avuto una decina di anni, che per dare maggiore peso alle sue proteste stava agitando irritato il sacchetto della merenda.

Di fronte alla scena non mi sono potuto sottrarre a due spunti di riflessione.

Da un lato potevo condividere la lamentela del bambino: ritrovarsi un hamburger a colazione in un giorno di festa significa trovarsi di fronte a un genitore frettoloso e approssimativo, la cui attenzione per l’alimentazione del figlio è probabilmente pari all’interesse che pone alla sua educazione. Non mi stupirei se quel ragazzino, peraltro abbigliato con un caschetto da ciclista nuovo di zecca, nel pomeriggio si ritrovasse davanti alla tv, a Internet, a pericolosi compagni di chat, senza nessun controllo da parte dei genitori.

Quel grido, “Ancora hamburger!”, racconta di un menù percepito come monotono per la sua frequenza. E ci racconta come cambiano le cose con il passare del tempo.

Venticinque anni fa, chi ha vissuto i suoi dieci anni di età in concomitanza con l’apertura in Italia dei primi fast food, ricorda il fascino quasi proibito di questi cibi: hamburger, patatine e cocacola a volontà, piatti così gustosi rispetto alle solite cotolette con fagiolini e così diversi dalle consuete bistecche con patate al forno.

Oggi, per gli ignari decenni del 2009, la frequenza si è invertita: cotolette e bistecche sono quasi un sogno. Genitori troppo impegnati trovano appena il tempo di scongelare nel microonde un hamburger preconfezionato prima di correre al lavoro, e i nonni sono sempre più una rarità.

Evidentemente, in queste condizioni, anche il fascino di un Big Mac perde il suo smalto di fronte alla quotidianità, con la differenza – sostanziale – che è ben diverso per un organismo in fase di crescita trovarsi di fronte una bistecca o un polpettone.

Se venticinque anni fa i genitori dei decenni di oggi sognavano i fast food, cinquanta o sessant’anni fa i loro nonni sognavano, tout court, la carne. Carne che non ci si poteva permettere ogni giorno, e talora nemmeno ogni settimana.

La polenta, o la pastasciutta, la facevano da padrone sulla tavola degli italiani e la carne, nemmeno della migliore qualità, caratterizzava il giorno della festa; va da sé che nessuno si permetteva di respingerla.

Ovviamente il decenne di oggi tutto questo non lo sa. Conosce la fame solo per sentito dire, o nel racconto di qualche parente che ha sperimentato una dieta particolarmente stretta, o da un documentario sul Darfur.

Non immagina un mondo dove non esistano distributori automatici o supermercati a ogni angolo, non si sogna di cogliere un frutto da un albero, né di bere l’acqua dalle fontanelle, non si degna di giocare a pallone per la strada (né a dire il vero potrebbe riuscirci, visto il traffico di oggi). E per spostarsi non usa la bicicletta, che sfrutta solo nei parchi pubblici (rischiando di investire i passanti) ma aspetta il passaggio di mamma e papà, che per parte loro si sentono più sicuri così.

Probabilmente il decenne che ho incrociato ieri, appena visto l’odiato hamburger nel suo cestino, ha inviato un sms alla mamma, oppure ha deciso di prendersi una merendina in un bar vicino.

E la mamma, rosa dai sensi di colpa per la sua mancanza avrà benedetto la scelta del figlio con tante scuse.

Ormai va così. Il turbinio della vita non ci permette di dare il giusto peso alle cose, di comunicare i giusti valori, di coltivare come si deve gli affetti.

Così tentiamo di compensare queste carenze con rattoppi affettivi estemporanei, privi di un progetto più ampio, cuciti al volo e senza coerenza su un tessuto familiare sempre più logoro e trascurato.

Ci ripromettiamo che questa sia solo una fase provvisoria della nostra esistenza, ma non sarà facile smettere: abbiamo e avremo sempre troppo da fare, questa è la verità, perché il nostro daffare è totalizzante e non ha una scadenza se non il capolinea della vita.

Ci convinciamo di farlo per una buona causa, naturalmente, per garantire il benessere dei nostri cari. Ma è solo un’amara illusione: perché se questa è la vita che ci concediamo, la vita di chi ci sta vicino non potrà essere molto migliore.

Forse non siamo più in tempo per cambiare. Forse nemmeno lo vogliamo. O forse sì. Vale la pena di provarci, prima che sia troppo tardi e l’ennesimo hamburger vada di traverso ai nostri cari.

PS: C’è chi compatisce noi che abbiamo vissuto la nostra preadolescenza negli anni Ottanta. Dopo la scena di oggi sono contento di aver trascorso la mia infanzia in un’altra epoca. L’epoca dei cibi insipidi, dei giochi sulla strada, delle buone maniere, dei “perché sì!”, delle tecnologie appena abbozzate.

Non ho nulla da invidiare al decenne di oggi. Tieniti il tuo cellulare, il tuo hamburger e le tue figurine. Le mie, con te, non le scambio.

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