riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

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Pubblicità e progresso

Posted by pj su 17 luglio 2008

Probabilmente non è un tema da Parlamento. Però, se è vero che i parlamentari sono i rappresentanti del popolo e dovrebbero quindi intercettare gli umori della società, ben hanno fatto le deputate Gabriella Carlucci e Manuela Di Centa, insieme alla ex onorevole Alessandra Mussolini, a muovere un appunto.

Il motivo del contendere è la pubblicità televisiva di una nota compagnia telefonica. Come spiega il Corriere, «Nello spot finito nel mirino, si vede una giovane in una sorta di raduno hippie: la protagonista, dopo aver fatto il test di gravidanza, comunica via sms la sua maternità a una serie di ragazzi e di uomini. Per tutti lo stesso messaggio: “Avremo un bambino”».

Secondo le tre esponenti politiche, tutte di centrodestra, «Nella pubblicità si evidenza chiaramente come non vi sia la certezza della paternità di un nascituro che viene ridotto, quindi, al prodotto del gioco di una notte, che peraltro rispolvera un concetto della sessualità tipico degli anni ’70 oramai superato. Mettere al mondo un figlio – concludono – è un atto di amore e di responsabilità che non può essere svilito e offeso per mere speculazioni commerciali».

In effetti lo spot lascia perplessi. Una volta per promuovere i messaggi gratuiti ci si affidava ai giovanissimi e alla loro insopprimibile esigenza di tenersi in contatto con fidanzatini e amici.
Evidentemente i pubblicitari hanno ritenuto che il target – e, con esso, le esigenze insopprimibili – siano cambiate, e la fascia di pubblico cui rivolgere l’offerta dovesse essere un po’ più matura: giovani e non più giovani, tutti comunque nella categoria dei Peter Pan che stentano a crescere e a riconoscere i tempi che cambiano.

Naturalmente non siamo così bacchettoni da non riconoscere che lo spot gioca sull’ironia e forse anche sull’iperbole, e che può essere perfino simpatico nella sua originalità. Allo stesso tempo però – come hanno rilevato Carlucci, Di Centa e Mussolini – lascia un po’ di amaro in bocca.

Troppe volte in passato abbiamo visto comunicare l’immagine di un uomo “che non deve chiedere mai”, di una donna che deve avere tutto “anche in quei giorni”, di un mondo dove deve girare “tutto intorno a te”.

L’elenco sarebbe lungo, e c’è da chiedersi se la pubblicità è testimone dei cambiamenti sociali o li agevola. Quel ruolo di pressione sociale che, un tempo, era degli amici del muretto o dei colleghi, oggi lo svolgono gli spot: il messaggio che passa non si limita a un “consiglio per gli acquisti”, come suggeriva anni fa Maurizio Costanzo, ma svolge un ruolo di convincimento molto più sottile: se non sei come ti vuole la pubblicità sei tagliato fuori. E si sa, di fronte agli stimoli appropriati l’amor proprio finisce per contare più del buonsenso, e l’impulso più dei valori.
La compagnia ieri, la pubblicità oggi rappresentano così quella normalità su cui finiamo, più o meno consapevolmente, per modellare i nostri parametri di vita.

È chiaro che la società cambia anche a prescindere dalla pubblicità, e la stessa pubblicità, per essere efficace, non può che modellarsi sulla società: non impone ma suggerisce, non ordina ma stimola, non spinge ma solletica. E, se la persuasione è più efficace della coercizione, la pubblicità, con il suo potere di condizionamento, è un’arma impropria che è necessario usare con cautela, buonsenso, senso etico.

Certo non sarà una pubblicità a cambiare la vita. Eppure in una società cui già basta poco per inventarsi bravate online, foto scollacciate vendute in cambio di una ricarica telefonica, esibizioni sessuali precoci per darsi un tono con i compagni,
gravidanze adolescenziali collettive, promiscuità di ogni genere provate per noia e senso di vuoto, non ci sentiamo sereni.

Per questo preferiremmo che la pubblicità, con il suo potere di persuasione, cercasse strade davvero nuove e creative per proporre un prodotto. In fondo, in mezzo alla spazzatura morale che ci assedia, puntare sulla pulizia potrebbe essere l’atto più trasgressivo di tutti.

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3 Risposte to “Pubblicità e progresso”

  1. laura said

    sisi, ora ci vuole un secondo spot: “ci siamo divertiti tutti? Ora tutti a rapporto, per mantenere il bambino ‘collettivo’ per i prossimi 18 anni (almeno)!”
    Ahhaha sarebbe divertente… sarebbe audace anche se responsabile e procurerebbe sicuramente una qualche reazione, che poi e’ quello che vuole la pubblicità… e non farebbe danni 🙂

  2. kat said

    ehehe.. ma richiamerebbe ad un senso di responsabilità che è assolutamente fuori moda..

  3. Sandra said

    Beh, che la pubblicità abbia il potere di influenzare le persone è dato di fatto; probabilmente i pubblicitari conoscono bene il fenomeno sociologico del “labelling theory”, cioè dell’etichettamento: ci etichettano e noi assumiamo i comportamenti che derivano dall’etichetta affibbiataci, con le conseguenze del caso.
    Purtroppo, però, non credo che la “pulizia” morale sarà mai considerata abbastanza trasgressiva da essere usata per influenzare i clienti.

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