riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

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Mica è peccato

Posted by pj su 12 giugno 2008

Il Corriere della Sera dedica il suo Focus odierno al fenomeno del bullismo, segnalando che qualcosa sta cambiando: stando ai risultati di una recente indagine di CittadinanzAttiva, “i ragazzi chiedono regole e professori severi”.

È quantomeno anomalo vedere ragazzi che chiedono qualcosa di apparentemente contrario ai loro interessi; o magari bisogna interrogarsi sullo stato di degrado che abbiamo raggiunto, se perfino gli studenti devono abdicare dal gioco delle parti che li vede da sempre sulla barricata opposta, e assumere la difesa dell’ordine trascurando la loro tendenza alla ribellione.

La posizione che emerge dall’indagine riprende le recenti dichiarazioni di Francesco De Gregori, cantautore attivo durante la contestazione sessantottesca, che nei giorni scorsi aveva individuato proprio nel lassismo e nella contestazione del Sessantotto i mali della scuola di oggi.

Se sia una consapevolezza diffusa, come sembra, lo vedremo nel tempo; di certo la strada da fare è ancora lunga. Dallo stesso sondaggio, infatti, emerge che metà dei ragazzi ha assistito a episodi di bullismo, il 37% ne ha subiti. La mancanza di sanzioni certe «porta gli studenti a maturare forme di apatia o persion tolleranza verso la violenza», denuncia Adriana Bizzarri di CittadinanzAttiva, e il suo allarme trova conforto nei dati: «un terzo degli intervistati dice di non intervenire mai di fonte a un’aggressione nei confronti di chi è percepito come “diverso”, e il 39% afferma di non aver mai visto nessuno difendere un so compagno. Stessa linea non interventista per gli atti vandalici, di fronte ai quali la percentuale di chi non muove un dito sale a 71».

Dati desolanti, da cui emerge una riflessione. Certo, i giovani di oggi sono maleducati. Certo, non hanno rispetto né il senso del rispetto, che è anche più grave. Certo, hanno assunto come modelli di vita la superficialità del Grande Fratello, la fama gratuita di Buona Domenica, la vacua e feroce competizione di Amici. Certo, non hanno scuse perché per distinguere tra bene e male non serve una scuola, e forse nemmeno un genitore, ma basta una coscienza ancora viva.

Se i giovani sono così, è colpa loro. Mica nostra.
Certo, a voler ben guardare forse è passato un po’ dall’ultima volta in cui siamo intervenuti per impedire un sopruso. Ma certo, non erano affari nostri, e poi vuoi mettere il rischio. Quando vediamo un vandalo scarabocchiare un muro ci guardiamo bene dall’avvicinarci. Quando vediamo gettare cartacce, mozziconi o altro per terra proviamo indignazione dentro di noi, ma non diciamo nulla.

E poi, se possiamo, al supermercato infiliamo la cassa veloce anche se i prodotti nel carrello sono più di dieci: tanto mica è una legge, e poi si sa, la lettera uccide lo spirito. Se poi al banco salumi arriviamo in contemporanea con un’altra persona al distributore dei numeri, non ci salta nemmeno per la testa di cedere il passo, o di offrire il nostro biglietto con un sorriso: perché dovremmo, non lo conosciamo e poi ne abbiamo diritto quanto lui.

Se possiamo, saltiamo la coda con uno stratagemma, o zigzgando in auto tra le colonne: mica è peccato, e poi noi abbiamo fretta.
Se un’auto è in panne non ci fermiamo a dare aiuto: figurarsi, con quel che si legge sui giornali.

Mica pecchiamo, mica trasgrediamo, ci mancherebbe altro: anzi, ci indigna il pensiero che qualcuno lo pensi. Siamo bravi cristiani, noi.

Chissà cosa ne direbbe Gesù. Chissà cosa penserebbe del nostro farisaismo utilitarista lui, che considerava peccato il solo fatto di non dimostrare amore verso il prossimo.

Comunque, sorvoliamo su questi spiritualismi, che ci piace tanto sentire e approvare con cenni del capo alla domenica mattina, e che – a quanto pare – lì devono restare relegati. Molto più semplice, in effetti, tenere ben separati il “sacro” – culto, riunioni, agapi, convegni, lettura biblica e preghiera quotidiana – dal “profano – lavoro, rapporti con gli amici, uscite serali, partite della Nazionale, comportamento al supermercato e in auto -.

E allora, mettendola in questi termini, è vero: non è colpa nostra se i giovani sono così. Però è colpa nostra, e solo nostra, se siamo così noi. Perché è segno che non abbiamo capito ancora il nocciolo del messaggio di Cristo.

Non siamo certo i primi a cadere nell’equivoco: Saulo era un illustre esponente di quella corrente che vedeva la fedeltà alla Parola come una cura parossistica e severa verso “le cose di Dio”, e una acquiescente libertà verso tutto il resto, perché “naturalmente” la nostra vita privata non riguarda Dio.

Tra noi e Saulo, però, c’è una piccola differenza. Saulo si è ravveduto; noi non ci rendiamo nemmeno conto di averne bisogno.
E poi ci lamentiamo dei nostri giovani.

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