riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

    Vi aspetto su riflessietici.wordpress.com

Chissà se anche noi

Posted by pj su 21 maggio 2008

Il Giornale intervista lo psichiatra americano Bruce Levine sul tema delle dipendenze.

Se, come rileva il giornalista, in un’epoca di massima libertà come quella attuale ci troviamo sempre più dipendenti da qualcosa è a causa del sistema sociale: «Questa esplosione di dipendenza – segnala Levine – è correlata alla moderna religione del “consumismo estremista”… La “fede” della cultura del consumatore è che tutte le tensioni e le irrazionalità possano e debbano essere eliminate da prodotti e servizi».

A chi ritiene che la depressione sia una principalmente una malattia, Levine ricorda che «Negli Stati Uniti il tasso delle depressioni è aumentato di dieci volte dagli anni Sessanta: è chiaro che la causa è di ordine sociale e culturale, non genetica».
Gli individui «sono così terrorizzati da non poter far altro che adeguarsi al consumo. Ma i debiti sono un altro modo per ridursi in schiavitù».

Si tratta di un malinteso modo di vedere la realtà: seguiamo quelli che definisce gli “eroi egoisti”, «un fondamentalismo che predica che si può essere egoisti quanto si vuole in ogni area della vita, comprese le relazioni sentimentali, e che tutto andrà bene, che il mercato si autoregolerà, purché ognuno si preoccupi unicamente dei propri bisogni sessuali e finanziari. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Le culture sagge, invece, sanno che deve esistere un equilibrio tra libertà individuali e attenzione all’impatto di tali libertà sugli altri. Parole come “compassione”, “condivisione” e “altruismo” sono per l’attuale “culto dell’egoismo”, bestemmie».

È sempre sgradevole e poco serio dare la colpa dei mali alla società: la società siamo noi, e come parte della società possiamo influire, quantomeno nel nostro piccolo, sulle dinamiche che la caratterizzano.

Se viviamo in una società che ha i suoi totem nel consumo, nell’egoismo, nella superficialità, è anche colpa nostra: certo, non li abbiamo introdotti noi, ma spesso li cementiamo con la nostra condotta quotidiana. Un tempo avere principi biblici rivestiva un significato distintivo: comportarsi “cristianamente”, fare “come Dio comanda” davano il senso di una morale convinta, di principi solidi, di un’etica irreprensibile.

C’è da chiedersi se oggi le cose stiano ancora così, o se, a causa della “società”, abbiamo abbassato i nostri parametri, attualizzando i nostri standard di comportamento.
C’è da chiedersi se è ancora importante, per noi, essere esemplari sul posto di lavoro, o se la furberia è un’abitudine che abbiamo adottato di buon grado per non fare la figura dei bigotti.
C’è da chiedersi se ha ancora un significato, per noi, la cortesia, la solidarietà, l’umanità nei rapporti quotidiani, o se fare del bene è solo un’occasione “a buon rendere”.
C’è da chiedersi se siamo ancora buoni amministratori di ciò che ci è stato affidato – tempo, denaro, energie, competenze – oppure se ci lasciamo coinvolgere piacevolmente dagli afflati compulsivi di un consumismo inutile e – oltretutto – spiritualmente dannoso.
C’è da chiedersi se siamo ancora in grado di fermarci, riflettere, gustare, sorridere o se i parametri della nostra vita si sono livellati sull’utilitarismo che infiltra ogni azione della società occidentale.

Generazione dopo generazione non sono mancate le filosofie che, inneggiando al progresso, hanno puntato a liberare l’essere umano da Dio. Una libertà che, puntualmente, ha portato l’uomo a dipendere da altri signori. Molto meno benevoli e molto meno umani.

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