riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

    Vi aspetto su riflessietici.wordpress.com

Sradicati, ma ben piantati

Posted by pj su 3 maggio 2008

“Siamo tutti sradicati”, ha affermato l’altro giorno Gad Lerner nella puntata del suo programma dedicata a Israele e inevitabilmente – di conseguenza – alla questione palestinese.


Siamo tutti sradicati. Fino a un paio di generazioni fa c’erano le nazioni, quell’identità di retaggio ottocentesco che ci distingueva in gruppi ben definiti. I muri erano alti, gli spostamenti rari ed era facile, nelle nostre città, riconoscere l’autoctono dallo straniero. Uno straniero che raramente si naturalizzava, assumendo usi e costumi del posto dove andava a vivere, e manteneva invece forte il legame con la terra da cui proveniva e da cui spesso si sentiva strappato a forza per ragioni che non dipendevano da una scelta voluta.

Sono bastati pochi decenni di globalizzazione per mescolare le carte più di quanto avessero fatto, nei decenni precedenti, esodi, fughe, persecuzioni: tanto che, oggi, parlare di “locali” e “stranieri” suona senza senso. Difendere una cultura locale, nell’ottica di chi resta, ha ancora senso, se non è solo pittoresca nostalgia ma un insieme di valori condivisi dalla comunità. E ha senso, nella prospettiva di chi parte, non dimenticare le proprie radici, se questo significa valorizzare la consapevolezza delle origini e una cultura che ci ha resi quelli che siamo.

Ma tutto questo non deve ostacolare l’accoglienza da un lato, l’integrazione dall’altro. L’accoglienza verso chi arriva ed è disposto ad arricchire la società con il proprio apporto umano, morale, culturale, professionale, e allo stesso tempo è disposto a rispettare le regole. L’integrazione intesa come accettazione di una realtà diversa dalla propria, che a volte può sembrare perfino anomala nella sua diversità rispetto al contesto sociale che si è lasciato. Un contesto che sarebbe ingiusto rinnegare, ma che non va nemmeno assurto a parametro assoluto del mondo intero.

L’accoglienza e l’integrazione dipendono entrambe da una parola chiave: comprensione. Una comprensione che nasce da uno sforzo, da un’apertura verso l’altro, anche da una certa dose di pazienza e sopportazione.

Se le vie che ci portano ad arrivare, partire, incontrarci, congedarci spesso non le decidiamo noi, allo stesso tempo come cristiani non possiamo non considerarle occasioni di crescita, esperienza, arricchimento interiore.

Siamo tutti sradicati, e non ha senso barricarsi. Negli anni Cinquanta si tendeva a stringersi in clan familiari, che si raggruppavano tentando di replicare penosamente il paese, l’area, la regione di origine.
Oggi ci sono le comunità etniche che riproducono le loro abitudini, le loro feste, i loro culti; si collegano con le comunità sorelle sparse in altre città, e contemporaneamente ignorano le realtà che li circondano. Inevitabilmente, con un approccio come questo, lo straniero continua a considerarsi straniero, orgogliosamente diverso, e – sotto sotto – migliore. Rifiutando di ambientarsi, con tutti i rischi di disadattamento che possono seguire.

Non è sbagliato mantenere le proprie tradizioni. È sbagliato non voler ammettere la realtà. Per i cristiani dovrebbe essere più semplice farlo, considerando che non siamo noi a determinare i nostri percorsi. Rendendo si conto che ogni fatto della vita è sotto il controllo di Qualcuno in cui il cristiano ha fiducia. Ammettendo che, per chi crede, nulla è casuale.

Facile predicarlo; difficile applicarlo. In fondo, come affermava Gesù stesso in una parabola, “chi ha provato il vino vecchio non vuole il nuovo”.
Molto meglio restare ancorati al passato, a quel “paese mio che stai sulla collina”, magari rivestendolo di quell’aura mitica che hanno tutti i bei ricordi. Meglio rimpiangere quel che è stato, e magari provare a farne una brutta imitazione pur di non perderlo, anziché aprirsi al mondo nuovo che ci circonda, adattandosi al nuovo contesto e trovando nuovi stimoli per una riflessione personale e un approccio positivo.

Comodo dire che siamo tutti fratelli, tutti uguali, che siamo cittadini del cielo. Poi però, nella quotidianità delle nostre città, meglio ritirarsi ognuno nella propria chiesa. Italiani, filippini, nigeriani, ucraini, coreani, brasiliani, argentini, messianici: ognuno ben saldo al suo indirizzo, alla sua liturgia, unica, inimitabile e immodificabile, e poco importa se la fede nel Cristo risorto dovrebbe unire e non dividere.

Siamo tutti sradicati? Forse sì, e magari per un cristiano potrebbe essere un valore. Ma, a quanto pare, nell’anno di grazia 2008 facciamo ancora di tutto per renderlo un ostacolo.

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