riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

    Vi aspetto su riflessietici.wordpress.com

Pausa inevitabile

Posted by pj su 7 aprile 2008

Il Corriere parla di “svolta culturale” in seguito alla direttiva dell’Antitrust che ha sancito la liceità di tenere i negozi aperti anche la domenica.

«L’occasione: una segnalazione inviata dall’Autorità al Comune di Roma, “reo” di aver multato i negozi rimasti aperti a Pasquetta. Un messaggio senza sfumature: “I divieti all’apertura nei giorni di festa creano una restrizione ingiustificata della concorrenza”, sono “un ostacolo” all’ampliamento dell’offerta».

I pareri opposti – tra quelli che il Corriere definisce “partito della serranda” e del “carrello selvaggio”, sono ovviamente animati da prospettive specifiche: la chiesa cattolica ribadisce il suo no (l’arcivescovo di Pompei, non senza esagerare, avrebbe definito l’apertura domenicale «Un attentato a Dio»), mentre i classici dipendenti esultano: «Per me lo shopping settimanale è un problema, certo con le aperture nei festivi…».

C’è anche chi tenta una lettura sociologica della questione: i negozi aperti valorizzano la città e quindi stimolano a viverla di più, e poi «i negozi stanno diventando piattaforme semiotiche e relazionali. E in una città da cui sono scomparsi gli spazi pubblici, aprirli nei giorni di festa è ridare centralità ai “non-luoghi” metropolitani», come spiega Giampaolo Fabris.

Lo scrittore Giuseppe Culicchia ribatte che «I negozi come luogo di incontro mi fanno ansia, la sensazione è che ci si trovi lì perché non ci sono alternative». E poi spezza una lancia a favore dei commessi e delle commesse: se lo shopping domenicale agevola chi lavora durante la settimana, è un sacrificio (spesso, aggiungiamo, nemmeno pagato adeguatamente) per chi si trova privato in questa maniera del riposo e di una relazione normale con i propri cari.

Se è vero che «Il consumatore online è abituato a fare acquisti ad ogni ora, che senso ha un negozio di scarpe aperto dalle 9 alle 12?», come dice Fabris, è altrettanto vero che chi compra online non va in negozio, tantomeno prima delle nove del mattino o a notte fonda.

Forse però è la scrittrice Cinzia Felicetti a cogliere il punto: «lo ammetto: la libertà di orari è rinfrancante. Ma questa è una società del compro ergo sum, in cui si lavora 15 ore al giorno e si compensa con una bulimia d’acquisto».

Forse il problema nasce proprio quando gli acquisti diventano un hobby, travalicando la fisiologica necessità. Se, nella nostra prospettiva, il lavoro serve a guadagnare, e i soldi servono ad acquistare per essere più felici, allora il nostro orizzonte è ben limitato. Sul piano culturale, sociale e anche spirituale.

Se Dio ha stabilito un giorno alla settimana per il riposo – dandoci l’esempio, oltretutto -, un motivo c’è. Se poi il giorno di riposo abbia perso la sua connotazione ed è diventato via via nel tempo giorno di svago, di sballo, di esagerazione e attività impegnative, non cambia la sostanza: il giorno di riposo – si tratti del sabato o della domenica, non è questo il punto – nasce per concederci il tempo di meditare, riflettere, fare il punto della situazione, confrontarci con le nostre esperienze e la nostra coscienza, ritrovare l’equilibrio perso a causa dello stress e della fretta causata dalle vicende settimanali, trovare il tempo per avere un rapporto stare a contatto con il proprio Creatore.

Potrebbe sembrare limitativo rispetto alle nostre indicazioni, quasi uno scherzo del Creatore per toglierci una soddisfazione: e invece, a lungo andare, si coglie quanto sia importante questo momento di pausa per ritrovare se stessi. Non è una questione religiosa, ma di semplice rispetto umano, per se stessi per gli altri.

Privarsi – o privare gli altri – di questo privilegio è una scelta che si rischia di pagare: in termini di serenità personale, di relazioni familiari, e anche di rapporti sociali.

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