riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

    Vi aspetto su riflessietici.wordpress.com

Identità appannate

Posted by pj su 26 marzo 2008

«A Trento esplode la “guerra della moschea”. Tutto nasce da una colletta lanciata in chiesa per aiutare la comunità islamica a costruire un edificio di culto. I fedeli della parrocchia della Santissima Trinità, in pochi giorni, avevano raccolto quasi mille euro di offerte per rispondere all’appello lanciato dal pulpito della chiesa da padre Giorgio Butterini. L’intento, donare i soldi raccolti all’imam Aboulkheir Breigheche, impegnato a realizzare un nuovo luogo di culto islamico in città. […] Ma la colletta, dopo due giorni, è stata bruscamente interrotta dal vescovo Luigi Bressan con parole fin troppo chiare: “Ogni gruppo religioso provveda a se stesso, padre Butterini fermi subito la donazione di quei fondi”».

Vari esponenti della stessa chiesa cattolica hanno espresso solidarietà al vescovo, polemico invece il segretario Cgil del Trentino Ruggero Purin: “Il vescovo… non dice che la confessione religiosa cattolica, è sostenuta da denaro pubblico e quindi da risorse di persone non appartenenti alla sua religione”.

Tra chiesa e moschea, islamici e cristiani, a Trento pare ci sia un buon rapporto di vicinato: «la moschea – ricorda Repubblica – esiste da 17 anni senza che siano mai sorti problemi di convivenza». Tanto che, quando la comunità islamica ha sentito il bisogno di reperire una sede più grande per problemi di capienza, la comunità cattolica ha dato il suo contributo.

Da un lato il gesto è ammirevole. Aiutare il proprio vicino è segno di civiltà, e anche di amore concreto.

Dall’altro lato, non possono non nascere le perplessità. E non tanto per questioni politiche (“Ha fatto bene monsignor Bressan a intervenire. Solo se l’Islam cambierà volto, avrà diritto ad un luogo di culto – ha commentato don Pietro Rattin – la carità e il pane sono per l’amor di Dio e non per le moschee, che sono già abbastanza sovvenzionate dall’estero”) o pratiche (“Ogni chiesa deve pensare alle proprie spese – ha rincarato don Lino Fronza – perché l’Islam non dipende da Dio”). Nell’intraprendere qualsiasi gesto ci si dovrebbe chiedere il senso della propria azione, le sue conseguenze, e il modo in cui verrà percepita.

Sicuramente nessuno vuole turbare l’idilliaco clima sociale di Trento: fosse così anche altrove vivremmo tutti meglio. Non possiamo nemmeno conoscere quale sia l’identità dell’islam a quelle latitudini: possiamo solo constatare che un po’ più a sud, però, non è così fraterno, cordiale, affettuoso da meritarsi l’aiuto dei cristiani. Ma magari chissà, a Trento l’Islam è secolarizzato, occidentalizzato ed ecumenicizzato quanto alcune chiese cristiane e questo – dal punto di vista sociale – non può non giovare.

Non altrettanto si può dire della chiesa. La chiesa, ogni chiesa, si trova a doversi muovere su due piani. In quanto realtà radicata sul territorio, non può esimersi dalla compassione e dalla solidarietà nei confronti di chi soffre, non può ignorare il proprio ruolo di collante sociale, non può tralasciare la sua influenza per una società più morale, più civile, più umana. In questo contesto è chiamata ad avere buone relazioni con le autorità civili, con le strutture umanitarie di altra estrazione, con gli esponenti delle altre confessioni religiose, e perfino con la politica, alla quale una chiesa può dare utili indicazioni per il bene della società.

Cordialità, diplomazia e umanità, però, non bastano a caratterizzare la chiesa come tale: se così fosse, si tratterebbe di un’associazione o un partito come tanti altri. La presenza sociale della chiesa non è l’unico fattore con cui la chiesa deve confrontarsi, né può dettare le priorità di una chiesa. La diversità della chiesa rispetto alle altre realtà – la sua caratterizzazione più intima – non è sociale, ma spirituale. È la missione spirituale a dare un senso alla stessa esistenza della chiesa, ed è in questo ambito che la chiesa deve rispondere alla chiamata di chi l’ha fondata: la chiamata a portare il messaggio di speranza del vangelo, unico messaggio di speranza per ogni società e per ogni epoca. Su questo piano la chiesa deve dire le cose con delicatezza ma anche con franchezza, senza cedere a tentazioni buoniste: deve aiutare, amare, soccorrere, ma non può non ricordare (e far ricordare) che l’aiuto, l’amore e il soccorso che sorgono nel cuore e muovono le braccia dei cristiani provengono da quell’unico Dio che ha mandato Gesù come unica via per la salvezza dell’uomo.

Non si tratta di fare crociate, né di esercitare un’intolleranza che non deve appartenerci. Si tratta solo di non perdere di vista i perché. Se aiutiamo gli altri senza ricordare a noi stessi (e agli altri) da dove arriva quell’amore che ci muove, il nostro sentimento si disperderà in mille rivoli di buone intenzioni. E con il tempo oltre a perdere il suo senso, perderà la sua efficacia.

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