riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

    Vi aspetto su riflessietici.wordpress.com

La ricerca continua

Posted by pj su 25 febbraio 2008

Chissà quanti di noi, guardando Indiana Jones che riscopriva l’Arca del Patto, si saranno chiesti dove sia finito questo scrigno di legno d’acacia, ricoperto d’oro, con le celebri lunghe stanghe per il trasporto rigorosamente a braccia.

Certo, anche se venisse ritrovata non avrebbe più la potenza e il valore spirituale di un tempo, quando era allo stesso tempo un punto di riferimento e un simbolo dell’appartenenza al Popolo di Dio. Però, che fine ha fatto? Nella Bibbia l’Arca del Patto è a lungo protagonista, poi a un certo punto non la si cita più.

Stando alle versioni più verosimili, è probabile che l’Arca del Patto sia andata bruciata, come tanti altro oggetti di legno presenti nel Tempio, nel V secolo avanti Cristo, durante le devastazioni provocate dall’invasione babilonese. Nel Nuovo Testamento non troviamo cenno alla presenza dell’Arca nel nuovo Tempio: quello, per intenderci, dove Gesù insegnò, quello stesso Tempio che – narrano i Vangeli – vide la cortina squarciarsi alla morte di Gesù.

Certo, lo spirito avventuroso e la fantasia che ci contraddistingue come esseri umani ci porta a sognare una fine meno ingloriosa: magari una sorta di fuga rocambolesca dell’Arca con i suoi custodi, e mille vicissitudini che l’hanno portata in posti sempre più lontani.
E, a vellicarla, ogni tanto spunta qualche archelogo che, tra un Santo Graal e l’altra arca (quella di Noè), punta di nuovo all’Arca del Patto, giurando di averla vista in qualche remota località africana. Ora, addirittura, sarebbe stata ritrovata in un museo: Tudor Parfitt, stimato orientalista di Londra, è convinto di averla individuata nello Zimbabwe, nel cuore dell’Africa, dove sarebbe stata custodita dai discendenti di una tribù sacerdotale ebraica.

Se fosse davvero quella che Parfitt dice di aver individuato, si tratterebbe di una fine ben triste per una star dell’archeologia come l’Arca: dimenticata in un angolo, bruciacchiata e bucata, deposta tra topi e ragnatele. Un finale malinconico per la cassaforte inespugnabile dell’antichità, dove chi osava toccarla restava folgorato e perfino chi sbirciava all’interno faceva una brutta fine.

Finale malinconico, e però improbabile: il nostro avventuroso romanticismo si salva quando notiamo che l’oggetto ritrovato nello Zimbabwe (di cui, peraltro, non viene pubblicata alcuna foto) non risponde ai canoni biblici: è cilindrico e le dimensioni non sono quelle date da Dio a Mosè.

E quindi punto e a capo, si ricomincia a cercare. E a sognare.

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