riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

    Vi aspetto su riflessietici.wordpress.com

Se ci tenessimo davvero

Posted by pj su 22 febbraio 2008

«Nuova condanna per il giudice “anticrocifisso”», titola oggi Il Giornale: il giudice Luigi Tosti è stato condannato a un anno di reclusione e uno d’interdizione dai pubblici uffici. È la pena che il tribunale dell’Aquila ha inflitto al magistrato per essersi rifiutato di tenere udienze in aule dove è presente il crocifisso chiedendo “ripristino della condizione di laicità dello Stato attraverso la rimozione del crocifisso”.

A volte commentare certe notizie mette a disagio. Non tanto perché non si sa quel che è giusto e quel che è sbagliato, ma perché sostenendo certe posizioni ci si trova in cattiva compagnia.

In un paese dove il cattolicesimo non è più religione di stato – e non lo è dal 1985 -, non dovrebbe sembrare un delitto di lesa maestà chiedere che un simbolo del cattolicesimo, e non del cristianesimo tout court, eviti di campeggiare nei luoghi pubblici.

Lo chiedevamo democraticamente a scuola in tempi non sospetti, senza peraltro ottenere grandi risultati, ma quantomeno senza sollevare scandali.

I tempi cambiano: a sostenere oggi una posizione simile, che peraltro continuiamo a considerare ragionevole, si rischia di venire fraintesi. Viviamo in una società che non ha più punti di riferimento, esclusi beninteso il nuovo cellulare e lo schermo al plasma; agli occhi superficiali di chi ci sta vicino il crocifisso è stato assunto, armi e bagagli, a simbolo dell’occidentalità, della tradizione, finanche del patriottismo di fronte all’avanzata islamica da un lato, laicista dall’altro.

Il crocifisso è diventato un simbolo intoccabile, un totem che racconta la nostra storia, àncora il nostro presente e segna il nostro futuro. Una storia, un presente e un futuro che, beninteso, per il resto non hanno mai riscosso grande interesse agli occhi degli italiani.
Se conoscessimo il passato, sapremmo che il nostro passato è indubbiamente cristiano, ma che l’intolleranza non ha favorito, nei secoli scorsi, la crescita culturale e spirituale del nostro paese.
Se ci interessasse davvero il presente, non ci lasceremmo catturare da un paio di slogan sull’Europa cristiana, e approfondiremmo cosa significhi in altri paesi la convivenza multireligiosa: non siamo i primi ad affrontare il problema, e potremmo fare tesoro dell’esperienza altrui anziché limitarci a un’indignazione di maniera.

Se avessimo davvero a cuore il futuro nostro e dei nostri figli, tenteremmo di capire in maniera più approfondita in cosa consista questa spiritualità cristiana di cui si riempie la bocca. Tenteremmo di scoprire in cosa consista il senso della vita per il cristiano che diciamo di essere, anziché limitarci a imbastire la nostra esistenza attorno a qualche scolorito principio preso qua e là – non fare del male, ama il tuo prossimo, sii buono – tanto per tacitare la coscienza; se davvero ci tenessimo al futuro cristiano del nostro paese – e della nostra vita – ci ripugnerebbe l’idea di creare per noi una religione fai-da-te tagliata su misura per le nostre incoerenti situazioni di vita, buona solo per non sentirci in colpa di fronte agli altri. Se ci tenessimo, tenteremmo di capire cosa Dio vuole da noi, prima di stravolgere i concetti definendoci “cristiani non praticanti”.

Se tenessimo davvero, a questo crocifisso, ci dimostreremmo grati per la sua morte e gioiosi per la sua resurrezione, evitando di infangarne la memoria con il nostro comportamento spesso ipocrita, talvolta incivile, sempre egoista.

Ma se ci tenessimo davvero, paradossalmente, non combatteremmo per tenerlo su un muro: se ci tenessimo davvero lo conserveremmo, sì, con cura e rispetto. Ma in un posto che nessuna tempesta culturale e nessuna guerra religiosa potrà mai raggiungere.

Se ci tenessimo davvero non lo conserveremmo su un muro, ma dentro di noi.

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