riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

    Vi aspetto su riflessietici.wordpress.com

Scansafaticattivismo

Posted by pj su 2 febbraio 2008

Corriere.it segnala che lo scrittore James Harkin ha individuato 75 «neologismi del XXI secolo nel suo libro “Big Ideas: The Essential Guide to the Latest Thinking”» (pressappoco: “Grandi idee: la guida essenziale alle tendenze più recenti”).

Tra le dieci più interessanti (selezionate dal Times) si trovano il “maturialismo” dei cinquantenni agiati con un ritorno di fiamma per la forma fisica, i vestiti firmati e le moto potenti; l’infomania di chi non può stare due minuti senza controllare mail e cellulare; il “neopuritanesimo” di chi tenta di vivere sano in una metropoli, spendendo fortune per i cibi di qualità; la “pre-eredità” di chi aggira le tasse di successione donando tutti i propri beni ai figli e scialacquandoli nel frattempo in costose crociere; i single pentiti che si sono accorti di come la libertà non valga quanto la serenità; l’economia delle esperienze, che rivaluta il valore di quel che si vive rispetto a quel che semplicemente si possiede; il sottoproletariato cosmetico che aspetta i ribassi per un ritocchino; il conservatorismo croccante di chi disdegna centri commerciali e fast food in onore delle abitudini sane; la coda lunga delle centinaia di libri e film che ogni anno vendono un numero irrisorio di copie.

Ce n’è un’altra che, in particolare, dipinge in maniera nitida le nostre contraddizioni. Si tratta dello scansafaticattivismo: «unione di due parole che fanno a pugni fra loro (slacker e activism, ovvero scansafatiche e attivismo), questo termine indica tutti coloro che sono convinti di poter cambiare il mondo senza muoversi dalla poltrona, in un’emorragia di petizioni per boicottare qualunque tipo di campagna non etica, dalla fame nel mondo alle interferenze occidentali in Medio Oriente. E poco importa se poi tutto finisce nella spazzatura (contribuendo così ad inquinare il pianeta). La cosa importante è che questi fanatici dello “slacktivism” possano andare a letto con la coscienza pulita».

Esiste, ahinoi, una versione cristiana dello scansafaticattivismo. Partiamo naturalmente dalla considerazione che il cristiano dovrebbe essere una persona coerente con il suo credo in ogni momento della sua vita, e che questo rapporto diretto con Dio, oltre a dare serenità e un senso alla propria vita, dovrebbe portare il desiderio di comunicare ad altri il messaggio di speranza che si è fatto proprio.

Il cristiano scansafaticattivo è convinto che il suo compito sia meramente formale, di facciata. La Bibbia dice “andate e predicate il vangelo” della speranza? Lo scansafaticattivo prende alla lettera la chiamata, ma senza troppo impegno, un po’ come lo studente “bravo che non si applica”.

Anche una chiesa, però, può essere scansafaticattiva, partendo dallo stesso punto di vista. Succede quando il momento di sensibilizzazione spirituale nei confronti della società circostante (quella che in gergo si chiama “evangelizzazione”) diventa una tradizione stagionale da svolgersi sempre nella stessa forma: sia essa un culto all’aperto, una tenda montata in piazza, un insieme di canti imbastiti da un gruppetto di giovani, un volantino da distribuire in centro. Intendiamoci, non che questi sistemi siano sbagliati o del tutto superati: ma è importante capire la loro efficacia in relazione al contesto: perché li usiamo, come li usiamo, dove li usiamo.

Come capire se un credente, o una chiesa, sono scansafaticattivi? Ci sono alcuni indizi. Per esempio, se nessuno si pone la domanda sul perché ci si muove in un certo modo, e si considera “normale” fare così perché si è sempre fatto. O se di fronte alla domanda sul motivo di un sistema in uso e le obiezioni sulla sua efficacia, la risposta è “ah, ma noi abbiamo fatto la nostra parte”. Allora sì, probabilmente la chiesa è scansafaticattiva: il messaggio è stato comunicato per abitudine, per dovere, come una preghiera senza anima prima dei pasti, senza pensarci troppo, come d’altronde tanti concetti che ormai abbiamo metabolizzato e di cui non riusciamo a individuare ogni giorno la preziosità.

Comodo essere scansafaticattivi. Ma anche triste. Perché la chiamata biblica a comunicare il vangelo dovrebbe sollevare un desiderio: una passione per le anime – per dirla con Spurgeon -. Non un banale riflesso pavloviano.

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