riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

    Vi aspetto su riflessietici.wordpress.com

Tra rispetto e approvazione

Posted by pj su 31 gennaio 2008

Già, c’è proprio da chiedersi se sia il caso di ridere o piangere: in Gran Bretagna un illuminato ministro – Ed Balls, disonore al demerito – sta per varare una norma che terrà fuori dalle aule scolastiche termini osceni e obbrobriosi come mamma e papà. Sì, le prime parole che impariamo a pronunciare a quanto pare non sono adatte all’uso, dato che – bontà del ministro – risulterebbero discriminanti. Per chi? Per le famiglie omosessuali, ovviamente. Quelle famiglie, che possono contare su due mamme o due papà, ma non una coppia mista, come natura comanda.

Sapendo la mole di lavoro che un amministratore pubblico deve portare avanti, immaginiamo che il problema sia particolarmente urgente, e che quindi in Gran Bretagna siano situazioni ormai comuni e che le coppie di questo genere siano ormai numerosissime. Soprattutto, dato che siamo in democrazia e che quindi l’interesse pubblico si muove anche in base ai numeri, ci fa pensare che l’attenzione per questa particolare categoria sia dovuta al numero delle coppie gay con figli: probabilmente sono più numerose delle coppie divorziate, delle madri vedove e dei figli orfani, che invece potranno continuare a subire la discriminazione di veder richiesta la firma “dei genitori” anziché “del genitore”, o “del genitore” anziché “del tutore”.

Non vogliamo fare i conti in tasca agli inglesi, ma supponiamo che le coppie miste, uomo e donna insomma, saranno una schiacciante maggioranza ancora per un bel po’, per cui forse la legge in questione deve essere più una questione di principio che una situazione di bisogno.

Che la legge debba venire incontro al cittadino è fuor di dubbio, né è cosa nuova trovare soluzioni adatte alle nuove situazioni sociali, e che la sensibilità sia un valore importante: è ormai da decenni che in Italia ci identifichiamo con nome, cognome e data di nascita, anziché con paternità e maternità come avvenuto per secoli, e questo anche per venire incontro a chi, alla voce “padre”, doveva subire l’onta di scrivere “n.n.”, “nescio nomen”.

Niente di nuovo, quindi, anche nell’introdurre nelle leggi un principio di sensibilità; la delicatezza, però, deve basarsi su principi e buonsenso, per evitare di crollare sotto il peso della velleità utopistica.

Evitare di discriminare o di far sentire a disagio chi vive una situazione diversa è sicuramente un segno di civiltà, nei limiti della ragionevolezza; ma, nel caso inglese, non si tratta di evitare una discriminazione, quanto piuttosto di voler far passare la diversità per normalità, valorizzandola. Ma una cosa è la richiesta di rispetto, altra la pretesa di un riconoscimento.

Il punto è proprio questo: ai sostenitori di queste posizioni non basta l’accettazione, l’accoglienza, la disponibilità che la civiltà, l’educazione, la morale ci insegna a offrire. Vogliono poter fare qualsiasi cosa e il suo contrario, vogliono poter contraddire finanche la natura e la scienza, per poi pretendere di venir considerati più normali di noi.

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