riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

    Vi aspetto su riflessietici.wordpress.com

Il bivio del professionista

Posted by pj su 28 gennaio 2008

Una nuova indagine europea sul mondo del lavoro – proposta da La Stampa – ripropone ancora una volta il classico bivio: carriera o famiglia. I single fanno più strada in ufficio, hanno più motivazioni e meno problemi legati a impegni familiari, e quindi possono dedicare la vita e il tempo all’attività professionale. Il discorso, ovviamente, vale ed è anzi ancora più stringente per le donne.

Che un successo professionale richieda impegno e dedizione è scontato: sperare di fare carriera dedicando al lavoro le energie e gli stimoli che avanzano dal tempo libero non è un buon viatico per avere le giuste motivazioni. Però c’è un limite, sottile e difficilmente individuabile, a partire dal quale non si lavora più per vivere, ma si vive per lavorare. Ossia, quando il lavoro diventa la ragione di vita. Il problema è che spesso succede gradualmente, e non ci si rende nemmeno conto della china. Prima si aggiungono ore di lavoro, poi il lavoro diventa il principale argomento di conversazione anche con gli amici, che peraltro si ha sempre meno tempo di vedere, e a casa; infine diventa una ossessione. Naturalmente i forzati del lavoro hanno una scusa validissima: lo faccio per la famiglia, lo faccio per i figli, lo faccio adesso e tra qualche anno sarò in condizione di smettere.

Che il miglioramento della situazione lavorativa sia un’aspirazione umana è fuori di dubbio, e non è nemmeno sbagliato. Il problema è quando diventa lo scopo della vita, perché evidentemente in quel caso si sono persi di vista, o hanno perso valore ai nostri occhi, gli altri obiettivi. E allora, a quel punto, ubriacarsi di lavoro diventa anche un modo per non sentire l’esigenza di porsi domande più profonde, fare il punto della situazione sulla propria vita. Fermarsi, a quel punto, diventa doloroso: potrebbe significare ammettere un fallimento di vita. Meglio, allora, nei momenti di sconforto, rivedere i propri successi, e inebriarsi un’altra volta con i risultati del proprio lavoro.

Legittimo, per carità. Ma sacrificare gli affetti, le sensazioni, i rapporti umani per il lavoro, è ancora vita?

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