riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

    Vi aspetto su riflessietici.wordpress.com

Assenso e rispetto

Posted by pj su 16 gennaio 2008

A Londra fa discutere la proposta del primo ministro Gordon Brown sulla donazione di organi: nel riaprire il dibattito sul delicato tema ha auspicato che «valga la regola del silenzio-assenso, che l’espianto diventi la norma, piuttosto che l’eccezione». Una posizione in linea con altri paesi europei, dove già vigono norme in questo senso: se una persona non ha esplicitamente chiesto di non donare gli organi, lo si considera tacitamente d’accordo e quindi favorevole, in caso di disgrazia, all’espianto.

La proposta nasce da una proporzione critica: in Gran Bretagna ci sono 35 donatori ogni milione di abitanti, ottomila persone sono in attesa di un trapianto e crescono dell’8% ogni anno. Considerare donatori tutti coloro che esplicitamente non si oppongono mentre ne hanno facoltà porterebbe a una svolta, ma anche a un risparmio per le casse dello stato: nel 2018, si è calcolato, il sistema sanitario arriverebbe a risparmiare 700 milioni di euro.

La comunità medica, che quando occorre occuparsi di etica preferisce trincerarsi dietro la scienza – e usare poi la scienza al posto dell’etica -, è d’accordo con la proposta di Brown, e d’altronde il fine sembra onorevole: salvare persone che stanno morendo, togliendo gli organi a chi non ne ha più bisogno. Al momento il parere medico si scontra con i parenti, che sono chiamati a decidere “in un momento già di per sé estremamente traumatico e complesso”, rischiando così di far valere l’affetto sul consenso.

I conservatori sono contrari: “non spetta allo stato decidere cosa succede al corpo dopo la morte”; “la responsabilità del governo è di incoraggiare la gente a iscriversi al registro dei donatori e di assicurare che ci siano medici pronti”.

Contrari anche i gruppi per la difesa dei diritti dei pazienti: “Lo chiamano consenso presunto, in realtà non è un consenso, il Governo vuole raggiungere l’obiettivo desiderato sfruttando l’inerzia e l’ignoranza”. E d’altronde, si ricorda, l’espianto è “una decisione privata. Chi vuole regalare la vita a un altro essere umano ha il diritto di farlo, ma deve essere un diritto, non un dovere”.

“Bravo Gordon”, commenta invece sul Corriere il nefrologo Giuseppe Remuzzi: «… non dovrebbe essere un dovere anche quello di lasciare i nostri organi quando a noi non servono più a chi ne ha bisogno per vivere? Se no finiscono sotto terra, e marciscono, o si bruciano… E così almeno mille persone ogni anno muoiono, per niente».

Il discorso di chi sostiene i trapianti è ragionevole, anche se non è obbligatorio condividerlo: “quando sono ormai morto, desidero aiutare altri a sopravvivere”. Sul concetto di morte si è discusso a lungo; ci permettiamo solo di segnalare che per “morte”, nel caso dei trapianti, si considera la morte cerebrale, e quindi l’espianto avviene a cuore battente. Ammesso e non concesso che un cuore funzionante non sia più vita (è Dio a decidere, non noi), fa comunque impressione.

Quel che turba di più, però, in questo contesto è la prospettiva cinica adottata dal Corriere. Parlare di “spreco di organi lasciati marcire” in una salma dove una volta si parlava di “riposare in pace”, o di mille persone che “muoiono per niente” sarà anche molto scientifico, ma degrada l’essere umano riducendolo a un ingranaggio, un kit di ricambi, un manichino dagli elementi intercambiabili, nella peggiore tradizione scientista. Non pretendiamo pietà cristiana da chi cristiano non è, ma ci consolerebbe quel sentimento che da quando la specie umana esiste caratterizza la vita di società: il rispetto. E vederlo considerare con un moto di fastidio, come una inutile formalità, la dice lunga sul tipo di società che gli scientisti vorrebbero.

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