riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

    Vi aspetto su riflessietici.wordpress.com

Da bomber a pastore

Posted by pj su 29 novembre 2007

Come riferiscono tutti i quotidiani, nel numero del mensile GQ oggi in edicola compare un interessante commento del calciatore cristiano Ricardo “Kakà”, che proprio in questi giorni viene celebrato con premi su premi per il suo talento.

Il fuoriclasse brasiliano ha stupito l’Italia segnalando che, una volta conclusa la carriera, vuole diventare pastore: «Mi piacerebbe molto. È un percorso impegnativo: bisogna studiare teologia, fare un corso, approfondire lo studio della Bibbia. Un pastore evangelico legge la Bibbia e ne trasmette i precetti. Non è così facile applicare alla società di oggi cose scritte migliaia di anni fa. Ma proprio questo è il compito di un buon pastore: attualizzare l’insegnamento della Bibbia».

In poche battute è riuscito a riassumere in modo esemplare il ruolo del pastore: varrebbe la pena di rifletterci e confrontare la necessaria capacità di trasmettere la Bibbia alla società di oggi con alcune predicazioni, spirituali ma molto teoriche, che si sentono nelle chiese. Certo, c’è bisogno anche degli approfondimenti e della diffusione efficace del vangelo: ma, se la Bibbia è attuale, non possiamo dimenticarci che non è compito dei pastori ma di dottori ed evangelisti, che hanno un ministero apposito, e che spesso non riescono a emergere proprio per la presenza di pastori con la fregola del tuttofare.

Vista l’obiezione comune, è sempre utile precisare anche che lo studio non è indispensabile per un ministero, ma sicuramente aiuta a inquadrare meglio la dottrina e a svolgere in maniera più incisiva il proprio servizio. Il fatto che un pastore non distingua il suo ruolo da quello degli altri ministri è già un campanello d’allarme e un segnale significativo sull’importanza di qualche chiarificazione. Per carità, tutto questo senza voler sminuire la chiamata, l’ispirazione (e, talvolta, l’amor proprio) degli aspiranti e dei praticanti.

Tornando a Kakà, la notizia non è così inedita: esattamente un anno fa, infatti, venivano riportate le parole del calciatore del Milan a una tv brasiliana: «Sto studiando teologia, voglio diventare un pastore evangelico per portare nel mondo la parola di Dio». Ci si potrebbe chiedere, semmai, perché in Italia abbia voluto ribadire questa sua pia intenzione su una testata di settore come GQ: se sia stato un modo per avvicinarsi a un pubblico maschile concentrato sul piacere più che sull’essere, oppure una scelta casuale. La visibilità, in ogni caso, è stata garantita dalla sapiente anticipazione ai media di alcuni stralci dell’intervento, e tanto è bastato per far girare la notizia oltre ogni previsione.

In ogni caso, come commentavamo l’anno scorso, tra una lezione e l’altra il buon Kakà potrebbe cominciare il suo praticantato con una maggiore presenza nelle chiese della realtà in cui vive: vale a dire in quella Milano che, al momento, non lo ha visto presente sul territorio nonostante il desiderio e l’invito espresso nel corso di questi anni milanesi da decine di chiese e centinaia di credenti della zona.

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