riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

    Vi aspetto su riflessietici.wordpress.com

Capire oltre le parole

Posted by pj su 28 novembre 2007

Il Giorno ha dato la ferale notizia di un «Annuncio choc pre-natalizio: “I re magi e la cometa? Mai esistiti”».

Verrebbe da catalogarla come una riscoperta dell’acqua calda, ma in realtà l’articolo è qualcosa di più. Secondo Il Giorno, infatti, «A pochi giorni dalla vigilia del Natale, gli storici ci fanno sapere che Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, i portatori di oro, incenso e mirra non sono mai esistiti così come non c’è stata una stella cometa a far da sfondo al vero presepe di duemila anni fa».

Si scopre, scorrendo l’articolo, che “l’unico dei quattro vangeli a parlarne è quello di Matteo”, che effettivamente era preoccupato di dare una chiave di lettura rivolta ai pagani; nel vangelo in questione comunque il fatto è “scarsamente dettagliato a livello storico”: “non dice che i magi fossero re, né che fossero tre, senza nemmeno dare indicazioni geografiche della patria, si parla solo di Oriente”.

Le ultime indagini storiche – che si sa, da sempre sono poco propense a credere ai fatti biblici – vedono nella vicenda dei magi “solo un artificio letterario-propagandistico”: quindi niente magi, né tre ne di più. “Probabilmente il suo vangelo volle lanciare un messaggio ai non-Ebrei, dicendo che Gesù si era rivelato anche e soprattutto a loro: infatti per gli Ebrei i magi erano gentili, cioè pagani; eppure, secondo Matteo, seppero dell’arrivo del Messia prima del clero a Gerusalemme”, spiega Mauro Pesce, docente di Storia del cristianesimo a Bologna.

Incalza il giornalista: «Inoltre, sembra ci sia un dato certo che smentisce uno dei simboli fondamentali della storia dei maghi d’oriente: l’assenza di stelle con la coda. Secondo calcoli moderni la cometa di Halley, la più brillante che apparve negli anni 87 e 12 a.C. e che tornò visibile solo nel 66 d.C., sarebbe l’unica possibile a cui far riferimento ma fuori ‘tempo utile’. E non si trova nessun tipo di citazione dell’astro anche nei testi laici».

Spiega poi che molti dei dettagli giunti fino a noi derivano dai vangeli apocrifi, e quindi da tradizioni fantasiose.

Dicevamo, niente di nuovo, nonostante le ricerche storiche. È emblematico però l’approccio del giornalista, che confonde con naturalezza la Bibbia con la tradizione. Proprio nella vicenda della stella è emblematica: nessuna stella cometa era nei paraggi all’epoca della nascita di Cristo, e questo “smentisce uno dei simboli fondamentali della storia dei maghi d’oriente”. Bastava un’occhiata ai primi capitoli del vangelo di Matteo per notare che si parla di “stella”, e non di “stella cometa”: l’idea che si trattasse di una stella con la coda è una tradizione successiva, che può affascinare e magari avere una sua ragionevolezza, ma non è attestato dal testo biblico. L’assenza di comete nel periodo in questione non inficia il racconto dei magi: semmai inficia una tradizione, ed è una cosa diversa, che porta a conclusioni diverse rispetto a quelle del giornalista.

Questo può farci riflettere su quanto sia importante, per i cristiani coerenti, capire le domande prima di dare le risposte. Molto spesso amici, parenti, conoscenti, contatti, quando parlano con noi di fede, partono da una prospettiva falsata, confondendo fatti con opinioni, verità bibliche con aggiunte tradizionali. Confondono fede e religione, per esempio, e non è solo una questione di termini, ma di concetti. Considerano distinti e separati i concetti di “sacro” e “profano”; partono da una conoscenza limitata e scadente della Bibbia e a un imbonimento di luoghi comuni e opinioni verosimili ma false, e in base a questo retroterra teologico pongono le loro domande per trovare le risposte.

Quando i nostri interlocutori chiedono “qual è la differenza tra la mia religione e la tua?” sono naturalmente sinceri, ma pongono la questione in una prospettiva fuorviante: sta a noi comprenderlo e non cominciare a snocciolare la litania sull’allergia evangelica (pardon, biblica) a santi, clero, papi, morti, idoli, preghiere recitate e tutto il resto, ma piuttosto inquadrare la questione come se la domanda fosse, più ragionevolmente: “cos’hai che io non ho?”. Perché è questo che in realtà vogliono chiederci, nel momento in cui hanno scoperto che abbiamo una fede così forte da far passare in secondo piano gli amici, gli hobby, la carriera, la famiglia e perfino il calcio.

Capirsi correttamente è essenziale; esprimersi per farsi capire è vitale, soprattutto per chi ha il mandato di diffondere un messaggio di speranza del Vangelo. Vale a dire, tutti noi.

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