riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

    Vi aspetto su riflessietici.wordpress.com

Legalità, il circolo vizioso

Posted by pj su 15 novembre 2007

«Non li arresto perché è inutile. Il gip nega il carcere per 34 trafficanti: “Con queste leggi uscirebbero subito”». È la conclusione di una vicenda – riportata oggi dalla Stampa – che si trascina dal 2003 e ha visto “un omicidio, tre sicari, un pentito, i rapporti della criminalità calabrese con quella di una grande città del Nord come Torino”.

Dall’omicidio di un 40enne disegnatore tecnico di Pianezza è partita infatti un’indagine che ha portato alla ‘ndrangheta, a un pentito calabrese che confessa e apre uno squarcio su un fatto più grosso di quel che sembrava. Gli arresti che seguirono portarono all’aprirsi di una nuova pista, stavolta legata al traffico di stupefacenti: “cinquanta telefonini cellulari sotto controllo, centinaia di pedinamenti, filmati. Nella città della Mole il gruppo riesce a piazzare sul mercato torinese un chilo di droga alla settimana per un volume d’affari di un milione di euro l’anno… Alla fine i magistrati della Dda di Torino Maurizio Laudi e Roberto Sparagna decidono di chiedere al giudice la cattura di 39 persone”.

“In realtà, quella richiesta, è stata quasi rigettata in toto. «Tenuto conto del probabile accesso ai riti alternativi – scrive il giudice Alessandro Prunas – e della possibile concessione delle attenuanti generiche, i tre anni di pena estinti con l’indulto, che acquistano la valenza di tre anni di pena già scontata, si estendono a gran parte delle pene che, in ipotesi di colpevolezza, saranno inflitte agli attuali indagati; attuali indagati che potranno, nelle ipotesi di colpevolezza accertata in via definitiva, immediatamente beneficiare di misure alternative alla detenzione quale l’ammissione alla semilibertà dopo aver espiato metà della pena e quindi, alla luce dei tre anni “indultati”, in tutti i casi di condanne fino a sei anni». Presumendo il giudice che il gruppo non possa essere condannato a più di sei anni, ha deciso di non farli arrestare. In manette sono quindi finiti, alla fine, solo in cinque”, per i quali presumibilmente si potrà puntare a pene più significative.

Il fatto non sarà forse il primo, ma è probabilmente la prima volta che un giudice ammette la sua impotenza: con le leggi attuali, arrestare per certi reati è inutile, e quindi anche dannoso per la macchina della giustizia.

L’atto sarà anche inedito, ma rappresenta lo sviluppo avanzato di una tendenza di cui tutti, ormai si saranno accorti: la filiera della sicurezza è messa in forse già da anni.

Hanno cominciato le forze dell’ordine: le leggi attuali, sempre loro, legano le mani a chi dovrebbe garantire la sicurezza. Intendiamoci: in una democrazia non c’è nulla di sbagliato né di strano nel dare dei limiti all’autorità degli agenti e dei militari, ma naturalmente questi limiti non devono inficiare l’azione di tutela della sicurezza: altrimenti, come immediata e automatica conseguenza, si finisce per tutelare chi delinque.

Poi è stata la volta degli investigatori, bloccati da limiti che impediscono a giorni alterni di indagare sull’una o sull’altra categoria, di fronteggiare seriamente il crimine, di garantirsi gli strumenti necessari per portare avanti le inchieste.

Per non parlare dei media: vietato riferire di inchieste in corso, pubblicare foto offensive della dignità per gli indagati (con una magistratura inusitatamente attenta a sanzionare le sforature), o anche solo chiamare assassini e ladri con il loro nome, nemmeno quando la sentenza è passata in giudicato.

Ora tocca ai giudici: aule intasate e leggi sfavorevoli hanno portato qualcuno a gettare la spugna, ma chissà quanti altri lo hanno fatto senza dirlo, prima di oggi. È una sconfitta: la sconfitta della giustizia.

Il passo successivo? Una presa d’atto da parte della popolazione, presa d’atto che in parte sta già avvenendo, come testimonia l’insofferenza per le regole e l’apologia della furbata. “Se lui trasgredisce ma non viene punito, perché io dovrei stare alle regole?”: e così l’emulazione moltiplica il disordine, mentre gli effetti di leggi sempre più rigide vengono annullati da regolamenti sempre più limitanti, che concedono strumenti sempre più spuntati a forze dell’ordine rassegate e a giudici sconsolati.

Un circolo vizioso i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti, che nel breve termine plasma i comportamenti spiccioli, ma nel medio periodo si infiltra anche nella morale e nell’etica: è così che la trasgressione diventa disapplicazione delle regole, la sopraffazione si trasforma in autodifesa. E la società civile, passo dopo passo, perde connotati essenziali quali la solidarietà e la reciprocità per lasciare spazio all’arrivismo e al vantaggio personale.

Certo, la responsabilità principale sta a monte dei cittadini, delle forze dell’ordine, dei tribunali: e, se è vero come è vero, che l’autorità comporta anche responsabilità, non vorremmo essere nei panni di chi un giorno dovrà rendere conto.
Allo stesso tempo, però, un contesto critico come quello attuale non autorizza ad abbandonare il senso di responsabilità personale cui ogni persona civile – e tanto più, quindi, ogni cristiano – è chiamato a esercitare, nelle piccole cose come nelle grandi scelte. Non illudiamoci: l’azione quotidiana coerente di ogni singolo cristiano non avrà il peso per modificare radicalmente la società; forse, però, cambierà in meglio qualche vita. E a ben guardare, il nostro obiettivo è proprio quello.

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