riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

    Vi aspetto su riflessietici.wordpress.com

Il vangelo sconosciuto

Posted by pj su 30 ottobre 2007

“Sette italiani su dieci non hanno mai aperto il Vangelo”, e considerano volontariato e aiuto al prossimo come un modo per “coltivare la spiritualità” più della preghiera e della lettura: sono alcuni dei risultati emersi da un’indagine promossa dalle Edizioni San Paolo.

Il dato più sorprendente, ma forse non dovremmo più sorprenderci, è che solo il 16% degli italiani interpellati dichiara di aver letto i quattro vangeli e appena un 15% ne ha letto almeno una parte. Attenzione, non parliamo del Nuovo Testamento intero, e tantomeno di tutta la Bibbia: solo dei quattro Vangeli.
Una realtà sconfortante, considerando che i vangeli occupano in tutto un centinaio di pagine, molte meno di quelle del Codice Da Vinci che ha fatto tanto successo.

Nonostante le basi della propria fede, il 68% degli interpellati si dichiara comunque “credente”, mentre un altro 17% “praticante”. Se, traducendo dal gergo religioso, “praticante” è chi coltiva la propria vita spirituale, i conti non tornano: 17 su cento vivono la fede, ma solo 15 hanno letto tutti i vangeli. Ci chiediamo chi possa essere così ingenuo da considerare la possibilità di “praticare” senza basi, ma in una società superficiale come quella di oggi non ci stupiremmo se ci fossero cristiani che si accontentano del Bignami.

A fronte dell’ignoranza biblica (di cui, peraltro, è vittima la maggior parte dei concorrenti ai quiz televisivi), emerge una tendenza altrettanto preoccupante: la confusione tra fede e opere. Aiutare il prossimo e fare volontariato non vengono considerate come espressioni pratiche della propria fede, ma vengono identificate con la fede stessa. È evidente che praticando il proprio amore cristiano si possano avere ottime lezioni e indicazioni per la vita cristiana, ma ogni cristiano sa – o dovrebbe sapere – che non può bastare a uno sviluppo solido ed equilibrato della propria fede.

La Stampa guarda in una prospettiva ottimistica la questione, segnalando che «gli italiani, come si sa, hanno un rapporto fluido con la religione, possono essere pigri e refrattari ad approfondire le loro convinzioni di fede, ma nello stesso tempo rivalutare il ruolo della religione cattolica nella formazione delle coscienze e a livello etico. Al riguardo, l’indagine di “Famiglia cristiana” segnala anzitutto che la maggioranza degli italiani vorrebbe una scuola che dia più spazio ai temi di cultura religiosa; ed inoltre che il 90% della popolazione è d’accordo che a scuola si insegni la religione. Su questo parere convergono quasi tutti i fedeli praticanti e persino il 61% dei “non credenti”, che per varie ragioni dunque apprezzano una proposta formativa su cui sovente si accende il dibattito pubblico».

Insomma, sostiene La Stampa, gli italiani sono poco interessati alla loro fede, ma hanno comunque dei valori, dato che sostengono la religione a scuola. Il timore, da parte nostra, è che il problema possa essere diverso: sostenere la religione a scuola potrebbe essere semplicemente il sistema più comodo per lavarsi la coscienza del disinteresse verso la religione che si manifesta in ogni altro momento della vita, un piccolo dazio “che male non fa” per sentirsi a posto con la propria fede latitante.

Senza contare che l’ora di religione è un ottimo modo per scaricare le responsabilità dell’educazione spirituale, che i genitori non hanno tempo o voglia – né, visto un tanto, sarebbero in grado – di curare.

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