riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

    Vi aspetto su riflessietici.wordpress.com

Chiese e prospettive

Posted by pj su 22 ottobre 2007

Nel suo ultimo lavoro editoriale, “Leggere” (ed. Mondadori), Corrado Augias afferma che bisogna leggere perché “i libri sono belli”. La scorsa settimana su TuttoLibri della Stampa Ferdinando Camon obiettava su questa affermazione citando l’esempio di Thomas Merton: «Merton – scrive Camon – s’è convertito al cattolicesimo perché e voleva convertire il mondo spiegando a tutti che “le cattedrali cattoliche sono belle”».

L’episodio fa sorridere e riflettere. Probabilmente nessuno che sia seriamente intenzionato a diffondere il cristianesimo si sogna di convertire il mondo puntando sulla bellezza delle opere d’arte cristiane. Però capita spesso, anche tra i cristiani più coerenti, qualche errore di mira. Ci è capitato di sentire un noto personaggio affermare che “i culti nella nostra chiesa sono belli perché c’è la musica di Tizio e predica Caio”, e nessuno o quasi ha fatto una piega. I momenti più sintomatici sulla prospettiva cristiana si hanno alle evangelizzazioni. Una chiesa lombarda, tempo addietro, organizzava ogni sabato al mercatino locale una evangelizzazione che ripercorreva in sintesi un culto: “così la gente si fa un’idea dei contenuti”, commentava il pastore.

Altre volte, ed è esempio recente, qualcuno si chiedeva quale sia il limite nell’adattarsi a chi ci sta di fronte: “d’accordo che non si possono dare limiti stilistici, ma una serata di lode da discoteca non fa perdere il senso del contenuto, ossia la lode?”, si chiedeva preoccupato un lettore.

Il problema di fondo, come sempre, non è porre dei limiti: molto dipende dalle intenzioni e dalle infinite sfumature che ogni iniziativa può assumere in un certo contesto e in un dato momento.
Ciò da cui però non si può prescindere è l’obiettivo.

Sarebbe opportuno chiedersi, giorno dopo giorno, per quale motivo evangelizziamo. Qualche giovane di buona volontà, ma piuttosto ingenuo, rispondeva “per portare la gente nella nostra chiesa”, e di conseguenza vedeva impraticabile qualsiasi collaborazione in merito con altre comunità. Se il nostro obiettivo è riempire la sala, siamo solo una delle tante religioni sulla piazza: stiamo facendo proseliti, non discepoli. L’obiettivo di un’evangelizzazione non è riempire le chiese, né presentare una dottrina: è consegnare un messaggio, il messaggio di un Dio che attraverso suo figlio Gesù offre a ogni uomo la risposta ai suoi perché e ai suoi problemi, un Dio che dona una vita nuova, piena, eterna.
La chiave per ottenerla non è “andare in chiesa” o “seguire le regole”, ma avere un rapporto personale, diretto, profondo con Dio dopo aver accettato il sacrificio sostitutivo di Gesù. Sarà questo profondo cambiamento di vita a introdurre i cambiamenti esteriori, non viceversa.

Perdere di vista la prospettiva, confondendo la causa con l’effetto, ci porta a fare l’errore di Thomas Merton. Con l’aggravante che per vedere qualcosa di bello o ascoltare qualcosa di buono ci sono mille posti migliori delle chiese evangeliche.

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