riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

    Vi aspetto su riflessietici.wordpress.com

Amnesie di comodo

Posted by pj su 8 ottobre 2007

Rami Khader Ayyad aveva 31 anni ed era cristiano: un cristiano arabo di Palestina.
Conduceva la “libreria degli insegnanti” presso la sede locale della Società biblica; sabato sera era stato rapito, ed è stato ritrovato ieri mattina con segni di percosse e una ferita d’arma da fuoco alla testa.

Se, da parte sua, la Società biblica afferma «crediamo che Rami sia stato assassinato a causa della sua fede cristiana», le autorità di Hamas fanno le condoglianze alla famiglia, esprimendo “profondo dolore” per l’assassinio e promettendo che i responsabili verranno assicurati alla giustizia. «Siamo contro il ricorso alla violenza fra palestinesi – ha affermato Haniyeh, leader del braccio politico di Hamas – e anzi confermiamo che da noi le relazioni fra musulmani e cristiani sono molto strette. Facciamo parte del medesimo popolo e combattiamo assieme per la libertà».

Il Giornale, nel riportare il fatto e la dichiarazione, aggiunge che «i rapporti fra cristiani e musulmani nella Striscia di Gaza sono generalmente buoni, e non sono peggiorati dalla presa di potere da parte di Hamas, a metà giugno».

Forse è vero, nel senso che la situazione era già così critica che difficilmente poteva peggiorare. Altrimenti l’affermazione suona quantomeno sorprendente, tantopiù se si ha la pazienza di scorrere l’archivio delle notizie sulla situazione per i cristiani a Gaza.

Si scoprirà così che il 3 febbraio 2006 un gruppo sconosciuto di integralisti islamici aveva fatto saltare la porta della Società biblica di Gaza.

Il 12 febbraio successivo un gruppo di uomini mascherati e armati hanno distribuito volantini minacciando di far saltare l’edificio della Società biblica di Gaza, se la stessa struttura non avesse sgomberato entro il 28 dello stesso mese. All’epoca si segnalava che dopo la vittoria di Hamas alle legislative del mese prima la situazione era degenerata, e le minacce – visto anche l’attentato di pochi giorni prima – andavano prese molto seriamente.

La sede veniva quindi chiusa per cinque settimane, e riapriva ai primi di aprile, con la rassicurazione del ministero dell’interno, nonostante i terroristi avessero ammonito che la libreria non avrebbe dovuto limitarsi a traslocare, ma cessare completamente le proprie attività in tutta la Palestina.

Dopo la riapertura in primavera è stato fatto esplodere un ordigno davanti all’edificio, senza grossi danni, ma con un messaggio molto chiaro. La libreria è stata riaperta a maggio, nonostante le pressioni contrarie.

A luglio 2006 Porte aperte denunciava che «I cristiani di Gaza sono presi tra due fuochi: chi si rifiuta di opporsi a Israele vien considerato un traditore dai suoi vicini musulmani». Ovviamente “opporsi” non riguardava un’opzione intellettuale, ma un’azione concreta. Nella stessa comunicazione si dava la parola ad Hanna Massad, pastore della chiesa battista di Gaza, che lamentava: “Viviamo sotto una tale pressione che i pochi cristiani locali vogliono andarsene”. Quelli che rimanevano dovevano “essere prudenti e molto discreti”; «dobbiamo fare molta attenzione a come parliamo del Vangelo e a chi. Inoltre siamo sempre sotto la minaccia di un attentato».

E siamo nel 2007: a maggio un altro ordigno ha seriamente danneggiato la libreria cristiana, proprio pochi giorni prima dell’assassinio dei tre missionari cristiani in Turchia.
A giugno la situazione precipita: Porte Aperte è costretta a sospendere la campagna di lettere e cartoline scritte da cristiani europei, che da tempo inoltrava ai cristiani di Gaza per incoraggiarli. La decisione è dovuta all’escalation di violenze, con la militanza islamica che ha portato Gaza sull’orlo dell’anarchia e il fatto che, scriveva il responsabile della missione, “chiunque non ha la loro visione dell’islam diventa un loro obiettivo… è ormai evidente che sono alla ricerca dei cristiani e delle chiese di Gaza per scatenarsi contro di loro… soprattutto i cristiani ex musulmani hanno paura di essere scoperti e uccisi dai militanti”.

Ad agosto cnsnews riportava che dopo la conquista del potere manu militare da parte di Hamas, la situazione per i cristiani era peggiorata. Hamas aveva annunciato subito l’inizio di un’epoca di rigida applicazione della legge islamica a Gaza, e – stando a funzionari del partito sconfitto, Fatah – Hamas avrebbe spinto i capi dei duemila cristiani di Palestina a convertirsi o a emigrare. Veniva citato il caso di Sana al-Savegh, docente universitaria presso l’Università della Palestina, rapita e costretta a convertirsi all’islamismo.
Se da un lato Hamas annunciava di “proteggere vigorosamente” i diritti dei cristiani a Gaza, dall’altro lato proseguiva il programma di instaurazione della sharia. Tanto che, stando a un esperto della questione mediorientale, “la comunità cristiana di Gaza sta considerando di fuggire dalla zona in blocco”.

La drammaticità della situazione poteva crescere solo con un assassinio, e ora purtroppo c’è stato. In questo contesto c’era da aspettarselo, e forse era inevitabile. Forse alcuni politici – e più di qualche giornale – dovrebbero fare un esame di coscienza per aver lasciato correre, dando fiducia a un contesto difficile da giustificare. Forse ora, di fronte al dramma, arriveranno parole di cordoglio e magari una leggera virata, anche se i rimorsi di coscienza nella nostra società durano quanto il latte fresco.

Nella certezza che domani non se ne parlerà quasi più, avremmo un’unica richiesta, quindi, per tutti: che almeno non si tenti di minimizzare il dramma di un gruppo che, da cristiani (coerenti o nominali) dovremmo sentirci in dovere di difendere, e che invece lasciamo alla mercé degli estremismi.

Non dimentichiamoci dei tanti cristiani che, a Gaza ma anche in Arabia Saudita, in Cina e in Corea del Nord, in Eritrea e in Colombia, tra mille difficoltà tentano di vivere seriamente la loro fede, a volte pagando cara questa loro posizione.

Non dimentichiamoli, o almeno non denigriamoli con posizioni superficiali o di comodo: lo dobbiamo, tra i tanti, a quel trentunenne palestinese che ha perso la vita per una fede e un impegno che noi, cristiani anestetizzati da un occidente troppo avanzato, non riusciamo quasi più nemmeno a comprendere.

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