riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

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La ragazza con l’anello d’argento

Posted by pj su 17 luglio 2007

«C’è voluta l’Alta Corte britannica – scrive oggi Repubblica – per decidere sull’anello di castità di Lydia Playfoot, sedicenne del Sussex. La ragazza voleva portare al dito anche durante le lezioni l’anellino d’argento con una citazione biblica che esalta la purezza del corpo e dunque l’astinenza sessuale prima del matrimonio. La direzione dell’istituto non era d’accordo: quel cerchietto di metallo, come tutti i gioielli, era un’eccezione imprevista per l’uniforme scolastica. Per Lydia questo divieto era una “ingerenza illegale nel suo diritto di manifestare la fede cristiana”. Ieri l’Alta Corte ha accolto la posizione della scuola, ribadendo il divieto».

«Il giudice Michael Suppertone – continua Repubblica – è andato oltre, argomentando che “l’anello non è parte integrante delle manifestazioni di fede”, cioè non è obbligatorio per i fedeli. Dunque non può essere un’eccezione alla regola, come altre già previste in dettaglio dal regolamento scolastico di Horsham: i veli delle ragazze di fede islamica, i braccialetti Kara dei sikh».

Seguono le immancabili, altisonanti dichiarazioni di principio delle parti. Che sono quantomeno curiose per un caso così banale, dove gli attori sono un’amministrazione scolastica fin troppo rigida, una ragazza che si impunta nella difesa di un principio, un giudice che deve stabilire cosa sia essenziale per l’espressione della fede.

Paradossalmente non ha torto nessuno: la ragazza, che vuole testimoniare la sua fede con il suo comportamento; la scuola, che fa rispettare una regola; il giudice, che riconosce l’anello come un semplice accessorio. Non sbaglia la scuola nel far rispettare le sue regole, altrimenti dove si andrebbe a finire; non ha torto il giudice, perché ad ammettere qualsiasi cosa non si sa dove si andrebbe a finire; non ha torto la ragazza, secondo la quale lasciar decidere la scuola sulle questioni di fede non si sa dove può portare.

Opinioni e prospettive legittime. Perché la scuola vede i rischi della multiculturalità esasperata, il giudice il rischio delle posizioni capziose in fatto di religione (e i rischi di estremismi), la ragazza denuncia il fallimento della politica governativa di educazione sentimentale e sessuale libertina (con un boom di gravidanze negli ultimi anni) e rivendica l’opportunità religiosa, ma anche politica e sociale di promuovere la sua scelta personale di castità.

Curiosamente, la ragione non manca a nessuna delle tre parti. Quel che manca, forse, è un po’ di ragionevolezza e serenità. Perché si può elevare la questione a principio, o ridurla a caso pratico, quasi banale. Non è giusto rinunciare ai propri principi, ma bisogna anche saper amministrare la loro rivendicazione con la giusta serenità. Perché è sui principi che si vive, ma è altresì sui principi che si può morire. La fede lo merita. Ne vale la pena, per un anello?

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