riflessi etici

prospettive cristiane sull'attualità

  • L’avventura continua…

    Dal primo novembre 2011 biblicamente diventa Riflessi etici. Cambiano il nome e il formato grafico, ma l’obiettivo del progetto – dal 2005 – resta lo stesso: cogliere nell'attualità i riflessi etici che emergono dai fatti, dai commenti, dalle proposte, dalle speranze di chi ci sta attorno. Rispecchiando valori che vale la pena di riscoprire pienamente e vivere con coerenza.

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Prospettive occidentali

Posted by pj su 11 ottobre 2006

L’India vieta il lavoro per i ragazzini sotto i 14 anni, ma le Ong si ribellano: così i bambini finiranno per strada.

Spesso la globalizzazione ci porta a reazioni sconnesse. Sconnesse da un contesto, e più precisamente dal LORO contesto. Abbiamo assistito, nel corso degli ultimi anni, a numerose “prese di coscienza” da parte della società occidentale. Una società che paga lo scotto di generazioni passate ad arricchirsi sfruttando i paesi poveri, certo, ma che ora rischia di passare all’estremo opposto, che non è l’aiuto ma il piagnisteo, la compassione a senso unico, l’assistenza inefficace. Negli ultimi anni ci sono gruppi che hanno fatto proprie varie battaglie di questo genere: ci si lamenta e si sbeffeggia di chi “esporta” la democrazia, ma poi non ci si preoccupa se qualcuno vuole imporre usi, costumi, situazioni e conquiste occidentali a una realtà completamente diversa. È una tara occidentale, del resto: ci crediamo i migliori, viviamo nel migliore dei mondi possibili, abbiamo le soluzioni per raggiungere una qualità della vita “dignitosa”. In realtà spesso dovremmo guardare prima alle condizioni dei nostri lavoratori, e non parlo tanto delle fabbriche, ma anche di quei lucidi call center dove i giovani lavorano per un tozzo di pane. Se poi vogliamo proprio guardare al resto del mondo, prima togliamoci gli occhiali del salvatore del pianeta, quello sguardo ipocritamente paterno del turista per caso che, scrutando volti, mezzi di locomozione, architetture dei paesi in via di sviluppo non può fare a meno di pensare quanto siamo più evoluti.

Fino a due generazioni fa in Italia lavoravano anche i bambini. E senza contratto di lavoro. Non parliamo dell’Ottocento, ma degli anni Cinquanta. Era perfettamente normale, in un’azienda agricola – o, come si dice da sempre, una fattoria – vedere tutti, dai più piccoli agli anziani, adoperarsi per il raccolto. Senza forzature e senza drammi, anche se la vita – e, come diremmo oggi, le condizioni di lavoro – erano dure. Non c’era la 626 a tutelare gli operatori, non c’erano cartellini, orari, contratti, sindacati, scioperi o Ong. I bambini studiavano, e nel resto del tempo vivevano mescolando il lavoro – compatibile con la loro età – con il gioco.
Solo oggi crediamo che i bambini non possano, debbano, vogliano fare niente, che l’infanzia vada tutelata a colpi di ignavia, che la pigrizia sia una virtù da inculcare, salvo poi lamentarci nel vedere una generazione che “non vuole fare niente: non studia, non lavora, non conosce il valore dei soldi, disprezza i genitori che lavorano come muli per garantire loro tutti gli agi”.

In India non sono arrivati a queste strabilianti scoperte, e sono a una fase precedente: per mangiare, una famiglia ha bisogno di lavorare. E se il lavoro è inadatto ai genitori, provati da anni di attività dure, allora possono farlo i bambini.
“Quando comprate un paio di scarpe di note marche americane, ricordatevi che sfruttano il lavoro minorile”, denunciano certi benpensanti interessati più alla coscienza occidentale che alla sussistenza orientale.

Ricordatelo pure: su quelle scarpe hanno lavorato dei bambini. Ma ricordate anche che, grazie a quelle scarpe, una famiglia indiana sta mangiando anche oggi. E poi decidiamo cosa fare.

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Analisi, commenti e riflessioni sui temi del momento nel programma musica&parole: dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 11 sulle frequenze di crc.fm.

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