La risposta al dolore
Pubblicato da pj su 27 ottobre 2011
Nell’omelia che oggi mons. Francesco Lambiasi ha pronunciato ai funerali di Marco Simoncelli, c’erano alcuni passaggi che colpivano particolarmente.
Si parlava di morte, e Lambiasi non ha aggirato l’ostacolo con parole di circostanza o immagini di facile presa. Ha voluto affrontare il cuore della questione:
Ma adesso, fratelli miei, permettetemi che mi senta anch’io percuotere il cuore da quella domanda inesorabile: perché? [...]
Una domanda lancinante, per tutti. Seguita da una interessante riflessione:
Io non posso cavarmela ora con risposte preconfezionate, reperibili sulla bancarella delle formule pronte per l’uso. Sì, alle volte noi credenti pensiamo di svignarcela con l’allusione enigmatica a una indecifrabile volontà di Dio. Ci ripetiamo, instancabili: “è la volontà di Dio”, e non ci rendiamo conto che, sbandierando parole senza cuore, rischiamo di far bestemmiare il suo santo nome.
Già. Spiegare la morte, per chi non ha abbracciato la promessa di Cristo, è una risposta impossibile a una domanda retorica. Il credente, altresì, vive il dramma della perdita con il dono della consolazione divina, ma affronta pur sempre la sofferenza di un vuoto affettivo che accetta, ma a cui non sa dare una spiegazione razionale.
Ed è proprio su questo crinale di dolore vivo – attutito o meno dalla consolazione della fede – che si rischia di fare male con le frasi fatte, i luoghi comuni, le citazioni scontate. Troppo spesso il nostro approccio verso chi soffre è un profluvio di versetti in saldo, anziché il silenzio dettato dalla compassione e dalla vicinanza – verrebbe da dire “simpatia”, usando il significato originario del termine – per chi ci sta di fronte e affronta una prova che gli sembra troppo grande.
In questo modo, spesso, provochiamo l’effetto opposto. E la reazione alla banalità molesta si esplicita in un silenzio di circostanza o, peggio, in una reazione disperata, dettata da un dolore fin lì faticosamente trattenuto, che a quel punto rompe l’argine e allaga l’anima in tutta la sua amarezza.
Può succedere, ed è triste quando succede proprio a causa di coloro che dovrebbero essere lì per mostrare amore e non cinismo, per offrire consolazione e non giudizio, per rappresentare un elemento di sostegno e non un motivo di caduta.
Chissà quante volte il Dio che amiamo viene insultato proprio a causa nostra. La nostra improntitudine non è, naturalmente, una giustificazione valida per scaricare su Dio la propria disperazione. Ma non è nemmeno il miglior biglietto da visita per chi si definisce discepolo del Dio d’Amore.

Anonimo detto
Grazie ! Io hosperimentato, molti anni fa cosa significa essere confortati ” dagli Amici di Giobbe ” quanto questo pegggiori certe situazioni. Ho anche esperienza del ” silenzio dettato dalla compassione ” e vi assicuro che è molto , molto più lenitivo dei ” versetti in saldo ” e delle vane parole di chi non sa con-patire.
nonnapapera detto
fa i due esempi paolo… io e la teoria non andiamo d’accordo…