A Bologna il comune finanzia “i corsi contro il divorzio”: lo segnala il Corriere.
Il corso prematrimoniale gratuito, nasce dall’idea di una consigliera comunale di sinistra, Lina Delli Quadri, che si è chiesta perché mai chi opta per il matrimonio civile non debba usufruire di qualche incontro di preparazione.
Detto, fatto: il sindaco Cofferati si è dimostrato subito favorevole e la prima serie di lezioni è partita. Al primo corso si è iscritta una ventina di coppie, stupite per l’iniziativa, che in quattro serate di due ore ciascuna hanno potuto affrontare temi come “Insieme per sempre”, “Sessualità e amore”, “Coppia e creatività”, Doveri e diritti nelle relazioni familiari”. A condurli, esperti in psicologia, sessualità e legislazione familiare.
Il corso verrà ripreso a maggio, mentre da ottobre “l’iniziativa sarà strutturata in modo completo, anche sulla base dei suggerimenti delle coppie”.
Insomma, dopo le chiese – cattoliche, ma anche evangeliche – anche chi si sposa in Comune avrà diritto al suo corso laico di preparazione. Al di là naturalmente delle connotazioni religiose, dottrinali e spirituali del gesto, non si può scordare che la componente sociale-relazionale non è secondaria.
Troppi matrimoni, per la fragilità che dimostrano, fanno pensare che la preparazione non sia stata sufficiente: si tratti di unioni civili o religiose, pare quasi che spesso l’impegno non venga compreso pienamente, e preso con la serietà che richiede. Religioso o civile, la fine di un matrimonio è comunque un fallimento: ma non è il fallimento di una convivenza o di una amicizia, né di un rapporto tra due persone. E, nel caso delle coppie cristiane, non è nemmeno questione di “benedizione divina” che viene a cessare, tappeto troppo comodo sotto cui scaricare ogni possibile responsabilità personale convincendosi che “non era la volontà di Dio”.
La fine di un matrimonio è il fallimento di un progetto di vita: che, se inteso correttamente, dovrebbe costituire lo scopo dell’unione. Se l’obiettivo è costruire qualcosa insieme per il bene dei due interessati – ma anche della società di cui fanno parte – non basterà una lite a interrompere il rapporto. Né basterà una “incompatibilità di carattere”, vera o presunta, permanente o sopraggiunta.
Ed è triste vedere quanto, nella nostra cultura, sappiamo essere più determinati nel portare avanti un progetto lavorativo (e talvolta perfino un hobby) nonostante i rapporti con i colleghi non sempre siano idilliaci: anzi, talvolta sono uno stimolo.
La differenza sta nella percezione del progetto: le difficoltà nel lavoro ci stimolano, o quantomeno le sopportiamo di buon grado; il matrimonio, alle prime difficoltà, diventa un impegno ingombrante, un ostacolo.
E il motivo c’è. Ridotto ai minimi termini, il problema riconduce alla piaga del nostro secolo: l’egoismo.
Perché il lavoro rischia di funzionare meglio del matrimonio (e durare di più)?
Perché, in carriera, l’”io” può – e deve – restare al centro dell’attenzione. E anche per questo i sacrifici non pesano.
Nel matrimonio invece, se l’”io” non diventa “noi”, difficilmente l’unione potrà durare.
A prescindere da ogni connotazione religiosa, quindi, il problema è dentro di noi: e va affrontato in partenza con la consapevolezza di quel “noi” che ci cambia la vita. Meglio saperlo subito, per evitare di scoprirlo troppo tardi.


