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Lievito e radici

Pubblicato da pj su 14 Aprile 2008

Paese che vai, problemi che trovi. Se da noi a far tremare i governi sono le intercettazioni, la disfida del pane azzimo rischia di trasformarsi in una crisi di governo per l’esecutivo israeliano.

Tutto comincia quando un giudice, evidentemente molto progressista per i parametri del luogo, decide di dare uno scossone a una di quelle leggi “intoccabili” che ogni paese ha: con una sentenza il magistrato ha limitato l’applicazione della legge che proibisce di esporre in luoghi pubblici i prodotti lievitati. Si sa, il lievito è vietato agli ebrei osservanti per tutta la durata della pasqua, e la norma in questione – datata 1986 – tentava di tutelare la sensibilità di chi rispetta i rituali tradizionali e non vuole dover camminare per strada vedendosi offrire qua e là prodotti non ammessi.

Il giudice, forse non a torto, ha stabilito che la legge volesse vietare l’esposizione in vetrina, ma non la vendita: tutelare sì, ma senza limitare la libertà dei laici; di qui la decisione di ammettere la vendita di pane lievitato, ma anche di alcolici.

La reazione? Paragonabile a quella che da noi toccherebbe a un giudice colpevole di “inquadrare” o “circoscrivere” la nota legge 194 sull’interruzione di gravidanza: lo Shas, partito ultraortodosso che fa parte della coalizione di governo, ha chiesto al premier Olmert di fermare la decisione del giudice, rea di permettere “una macchia sull’identità ebraica di Israele”.

Si potrebbe immaginare una battaglia tra osservanti e laici, ma in realtà gli schieramenti sono molto più trasversali: con il ministro ultraortodosso agli Affari religiosi c’è anche il ministro laico Tzipi Livni, secondo la quale questa norma «riguarda tutti noi e deve preoccupare chi considera importante il carattere ebraico dello Stato».

Questa alleanza eterogenea fa comprendere che, al di là della questione contingente, per Israele non si tratta di un problema di tradizioni, ma di radici. Israele è una democrazia, un paese liberale dove – contrariamente a quanto si crede – le leggi dello Stato non corrispondono con le leggi religiose; allo stesso tempo, scendendo nel merito, quelle stesse leggi dello Stato che tutelano la democrazia, tutelano anche il rispetto della tradizione ebraica.

Israele – checché ne dica qualche pensoso e disinformato intellettuale – offre a tutti la possibilità di vivere laicamente entro i suoi confini, senza limitazioni e senza differenze tra immigrati e nativi. Per poterselo permettere, però, ha ben presenti le sue origini, i suoi valori, i principi che reggono la società. E non intende scordarli, nemmeno di fronte a un contesto sempre più vario, disomogeneo, multietnico e multiculturale. Come dire: il rispetto è garantito a tutti, ma le nostre radici sono queste, e proprio sulla base di queste radici e di questa cultura che ci caratterizza, voi siete accolti e ospitati tra noi.

Forse l’esempio di Israele dovrebbe farci riflettere. Rinnegare la propria origine e smantellare la propria cultura cristiana significa rinnegare valori che hanno permesso di arrivare dove siamo. E accettare di ridurci alla neutralità di una non-cultura in ossequio a un malinteso senso di accoglienza rischia di non accontentare nessuno. Finendo per minare la convivenza stessa.

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