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Bisogni e affari

Pubblicato da pj su 1 Aprile 2008

Una donna non vedente inciampa in un mendicante sdraiato davanti al Duomo, e Firenze si ribella: «basta ai mendicanti che chiedono l’elemosina sdraiati sui marciapiedi o sulle strisce pedonali, causando pericoli ai pedoni e al traffico». Gli amministratori stanno studiando un nuovo regolamento di polizia municipale “per arginare il fenomeno”.

Ogni notizia data oggi, primo aprile, va presa con le molle; in questo caso, però, è il fenomeno più che la notizia a meritare una riflessione. Seria.

In tutte le grandi città, negli ultimi anni, si è intensificato il fenomeno dell’accattonaggio: mendicanti anziani, adulti, ma anche bambini; soli o in compagnia di un animale; immobili con un cartello sgrammaticato accanto a loro, oppure impegnati a offrire spettacoli più o meno brillanti con le fisarmoniche e i violini.

Certo, molto è cambiato rispetto al passato: i mendicanti un tempo erano dignitosi, nello sguardo un’umiltà triste, a ogni moneta donata dimostravano gratitudine. Oggi, a vedere certi elementi piazzati negli angoli strategici dei salotti cittadini, c’è da chiedersi se sia un vero bisogno o un business. E non parliamo di racket, piaga grave e indegna di un paese civile. No, il pensiero va ai tanti giovani che al mattino si siedono in mezzo a una piazza, consueto cartello al fianco, e dall’altro lato uno zaino. Sarà timidezza, ma non sembrano particolarmente compresi nel ruolo, né grati per l’aiuto.

Qualcuno resta commosso, qualcun altro fiuta l’affare e si indigna scoprendo che molti giovani hanno scoperto nel mendicare una forma di sostentamento per girare il mondo senza spendere troppo. Chi ha avuto il coraggio di provare lo conferma: fermarsi mezza mattinata seduti per terra in un centro cittadino con un bicchiere davanti rende abbastanza bene.

E allora non si può non sospirare, nel rendersi conto di come è stata contaminata anche una delle ultime nobili liberalità. Lasciare qualche spicciolo a un mendicante è sempre stato un gesto di duplice significato. Perché fare la carità non è solo aiutare chi ha bisogno, è un gesto sociale: siamo infatti ben consapevoli che i nostri due spiccioli non daranno un pranzo all’affamato, ma li doniamo nella convinzione che al nostro poco si aggiungeranno altri dieci, cinquanta, cento oboli altrettanto insignificanti, e che queste offerte, tutte insieme, potranno garantire un pranzo dignitoso allo sfortunato di turno. Fare la carità assume allora un significato diverso, diventa un atto di fiducia nella società.

Proprio per questo la richiesta di aiuto, quando è immotivata, provoca una doppia delusione: significa tradire la fiducia in una società solidale, e allo stesso tempo porta via il necessario a chi ha veramente bisogno di sostegno.

Da questa constatazione nasce una sorda indignazione, che porta sospetto, che genera fastidio, che provoca indifferenza o addirittura avversione.

Certo non è il sentimento che Gesù aveva in mente quando disse “i poveri li avrete sempre tra voi”. Non era una minaccia quanto una promessa: avere accanto un bisognoso significa anche avere il privilegio di poterlo aiutare condividendo i nostri beni, poter trasmettere quell’amore evangelico che dovrebbe caratterizzarci.

E allora? Allora, ben venga la semplicità nell’aiutare chi ha bisogno; però, per evitare che questa carità si raffreddi o si spenga anche nei più volenterosi, ben venga la prevenzione. Da parte nostra, ma anche da parte delle autorità.

Aiutare i bisognosi è un gesto di civiltà. Allontanare gli approfittatori, anche.

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