Gianluca Nicoletti sulla Stampa commenta la classifica delle pubblicità più ingannevoli sanzionate dal Garante. Al primo posto per mendacità ci sono i telefonini, grande amore degli italiani, cui a quanto pare sono disposti a credere a prescindere da ogni barlume di realtà. Fa bene ricordare, come fa spesso un noto esperto di Internet, che se una cosa è troppo bella per essere vera probabilmente non è vera. Eppure il telefono ormai è più di una “voce”: è la nostra chiave per collegarci con il mondo, il nostro pass per interagire con la società, la parola d’ordine per essere raggiunti dagli altri.
Al secondo posto le vacanze di lusso a basso costo, che ci porta a vivere un sogno (o un film) “al costo di una corsa in metropolitana”, e poco importa se sappiamo che incapperemo in mille disagi. In fondo però nella categoria dovremmo includere anche anche i telegiornali e le rubriche collegate, ormai, sono un grande spot al lusso e al piacere, dimostrando nel contempo che chiunque può aggregarsi alla combriccola, purché abbia qualche scheletro nell’armadio, sia senza morale o almeno manchi di qualsiasi competenza un tempo necessaria per diventare famosi.
Al terzo posto delle nostre “paesane lussurie” c’è «il mito del corpo eterno, indistruttibile, sempre giovane tonico e splendente. L’eclissi di Wanna Marchi non ci è bastata, anzi non vogliamo nemmeno sapere che quelle magiche pilloline sono acqua fresca». Se è vero che il cellulare ha scompaginato le classifiche sulle passioni degli italiani, diventando in pochi anni un’estensione del nostro abbigliamento, è altrettanto vero che il culto del corpo è più longevo, e non dà cenni di cedimento: è sorprendente, ma forse non troppo, che si trovino sempre persone disposte a credere che qualche rimedio naturale quasi miracoloso possa essere in grado di renderci eterni e perfetti.
Eterni e perfetti, vincenti, desiderati: ecco quello che sono gli italiani di questo primo scorcio di XXI secolo. O meglio, quello che vorrebbero essere, e che la pubblicità amplifica a (suo) uso e (nostro) consumo.
La pubblicità si propone come un nuovo vangelo: ci dice come dovremmo essere, cosa dovremmo fare, chi dovremmo seguire per essere felici. Anche la pubblicità, come il vangelo, conosce l’uomo. Ma mentre il vangelo si avvale di questa conoscenza per proporgli una soluzione benefica, la pubblicità ne approfitta per offrirgli quello che desidera, senza prendere in considerazione quale sia il suo “bene”.
Messa in quest’ottica, la prospettiva cristiana nei confronti della questione sembra evidente. Ma si fa presto a dire che, come cristiani, non dobbiamo lasciarci toccare da queste lusinghe. È difficile non sognare un mondo dove tutto gira intorno a te, dove non devi chiedere mai, dove tutto è gratis e dove pulito e igiene sono senza fatica. È possibile solo se dentro di noi c’è una speranza superiore, e se questa speranza è una solida certezza: non una pia speranza che dura il tempo di uno spot.


