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Archivio per 3 Settembre 2007

Pronti per la fede

Pubblicato da pj su 3 Settembre 2007

“Anche l’Occidente è pronto per lo yoga”: ne è convinto Peruma Koshi, “il manager della spiritualità (quando si dice sapersi presentare…) che insegna a vincere lo stress a uomini d’affari e baby sitter” che oggi viene intervistato sul Giornale.

Nel corso delle sue lezioni insegna a una ampia gamma di studenti, «dalla giovane modella alla babysitter, dall’uomo d’affari settantenne che non ha mai praticato yoga alla cameriera immigrata».

Gli occidentali, secondo Koshi, «Sono pronti per una pratica che porti in equilibrio il corpo e la mente, che integri le emozioni. Come risultato accederanno più facilmente allo stato meditativo e alla esperienza spirituale». E che poi «ci vuole sufficiente coraggio per seguirne le indicazioni».

Volendo guardare con onestà il fenomeno, non possiamo non considerare che se la società è attenta a queste tematiche e trova in questi fenomeni la risposta alle sue esigenze, un motivo c’è. E si fa presto a dire che la spiritualità orientale non può offrire niente di più rispetto al vero cristianesimo. Se questi sono i risultati, dobbiamo riconoscere che l’interesse per le dottrine esotiche è conseguenza di un atteggiamento di noi cristiani: l’atteggiamento di chi poteva proporre il cristianesimo nella sua essenza più vera e convincente, e invece si è limitato a riproporre formule già sentite, religiosità senza calore, spiritualità dimesse, con poche eccezioni che – non a caso – pur con i loro limiti hanno un riscontro di interesse superiore alla media.

Inevitabile, quindi, che sorga qualche dubbio sul nostro approccio. Se l’imprenditore è affascinato dall’idea di trovare sollievo al suo stress, forse è perché non siamo stati capaci di comunicare con efficacia la risposta di Dio al disagio interiore dell’uomo. Se la casalinga cerca un “equilibrio”, forse è perché in troppi propongono un cristianesimo estremista, farisaico, dove la regola viene prima del caso umano; se la modella è attratta dallo “stato meditativo” forse è perché troppo spesso negli ultimi anni ci si è concentrati sul credente come membro di chiesa, e si è trascurato il rapporto personale, intimo, diretto con Dio, riducendolo all’ordinarietà di un obbligo quotidiano; se l’immigrato sente il bisogno di una “esperienza spirituale” forse è perché quello che viene proposta nelle chiese è ormai più un percorso guidato di tappe e di doveri, teso a normalizzare le differenze più che a valorizzare i talenti.

Chissà: se fossimo in grado di comunicare e (vivere) il vangelo in maniera più vicina alla sua origine, magari sarebbe tutto più semplice ed efficace.

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