«Jacqueline Magi, magistrato del lavoro di Piombino, deve spiegare perché si veste così, perché non indossa la giacca in tribunale e ha sempre le braccia nude d’estate»: scrive La Stampa che il magistrato toscano è stato convocato dal presidente della Corte d’appello di Firenze, Fabio Drago, per giustificare il suo abbigliamento, a quanto pare troppo poco castigato. Pare non ci sia di messo solo una campagna di moralizzazione: «l’esposto contro il giudice “troppo sexy” è diventato un boomerang per i professionisti delle aule, adesso accusati di vessare chi fa solo il proprio dovere e fa condannare i potenti loro clienti». Da parte sua il giudice Magi – che ammette le canottiere sbracciate e forse poco continenti – si sente presa di mira per il suo rendimento, che darebbe fastidio, e per le cause vinte contro grandi aziende. E commenta: «Non mi possono colpire in nessun altro modo, sono irreprensibile sul lavoro e nella vita privata… Sono stata attaccata perché sono una donna, e questo mi ferisce». E volendo allargare ulteriormente il tiro, si chiede come mai nessuno contesti gli altri suoi colleghi per identiche questioni di decoro.
La domanda chiave: «Vogliono che mi metta la giacca, ma fa caldo e io non ho nessuna intenzione di metterla. Ma perché non prendono in esame la rendita del mio lavoro?». Sia chiaro: non nutriamo dubbi sulla serietà del magistrato, sulla quantità e la qualità del lavoro, sull’abnegazione e la deontologia che sa esprimere. Quel che fa riflettere, semmai, è questo distinguo che spesso anche i più esemplari non riescono a evitare. “Fino a qui arrivo, oltre no”: quasi che avere un chiodo fisso, un puntiglio, sia un dovere morale.
È una situazione che trova casi esemplari e piccole applicazioni quotidiane anche nelle nostre chiese. «Arrivo puntuale, canto, prego, ma non chiedetemi di…». «Servo i fratelli, pulisco i locali, sostengo le missioni ma non chiedetemi…». «Mi vesto con decenza, visito gli ammalati, do tutto quel che posso ma non chiedetemi di…». Con la chiosa: «Perché invece di concentrarvi su questo dettaglio della mia vita non vi occupate piuttosto di…?».
Nessuno mette in dubbio la serietà e la consacrazione dei tanti credenti che davvero sono a servizio della chiesa, dei fratelli, dei bisognosi; allo stesso tempo è vero che non si dovrebbero guardare i dettagli quanto la sostanza. Eppure – in quanto uomini – sappiamo tutti quanto il dettaglio conti nell’approccio, nella prospettiva, e come a volte sia addirittura una chiave verso la sostanza stessa. Sostanza e forma sono due facce della stessa medaglia, di peso diverso ma spesso inseparabili, che concorrono insieme all’esemplarità del comportamento, della vita, dell’impegno.
Se la sostanza costa fatica e impegno, il dettaglio ha un prezzo irrisorio: spesso costa solo l’orgoglio di piegarsi a un’abitudine, conformandosi a qualcosa che, in linea di massima, non va contro i propri principi e non genera allergia. Proprio per questo suona curioso vedere quanti, dopo aver faticato – onore al merito – dietro alla sostanza si fermino per un nulla a un passo dall’esemplarità.


