I nostri adolescenti sono tra quelli più felici in Europa. Hanno una famiglia (con cui pranzano) e vivono un buon rapporto, ascoltati dai genitori; meno bene gli amici, che per metà dei teenager intervistati non sono “gentili e disponibili”, anche se sappiamo che a quell’età è normale non essere soddisfatti degli altri. Stupisce, quindi, che la famiglia sia ritratta in maniera così favorevole.
Niente a che vedere con i britannici, che sono in situazioni molto più drammatiche, una vera “nuova gioventù bruciata”.
Eppure. Eppure, nonostante la situazione apparentemente felice, ci ritroviamo con fenomeni adolescenziali preoccupanti. Fenomeni di bullismo; mancanza di rispetto e addirittura casi di violenza sugli insegnanti; vandalismi; un’affettività precoce e bruciata tra bravate ed esibizionismi.
Le famiglie danno quel che possono, quel che hanno; parlano con i figli, ma sappiamo che oggi si riesce a parlare per ore senza dire nulla. Probabilmente non hanno ciò di cui i figli hanno bisogno: valori, principi, punti fermi. Per questo per sentirsi grandi hanno poi bisogno di maltrattare gli altri per crearsi un ruolo sociale; di contestare la massima autorità che conoscono, l’insegnante, per darsi un tono; di dimostrarsi capaci di “fare come i grandi”, imitando i modelli commercialmente sensuali della televisione, confinandosi a vivere in uno spot perenne.
Hanno un vuoto dentro che le famiglie non riescono a riempire, perché, in un’epoca di relativismo e superficialità, non hanno più le risposte alle tante domande dei figli.
C’è da chiedersi, allora, se come cristiani stiamo facendo abbastanza per raggiungere in maniera appropriata i giovani, per aiutarli a riempire quel vuoto con una risposta, con LA risposta. Oppure se, legati ai nostri schemi, non capiamo il loro bisogno e pretendiamo che loro ci capiscano a prescindere.
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