“Tante fedi, un unico Dio”, è il titolo che Panorama dedica a un articolo presente nelle pagine culturali, e volto a promuovere un’opera enciclopedica dedicata alla religione.
A scrivere è Vito Mancuso, teologo, che propone una serie di riflessioni decisamente sorprendenti per uno studioso cattolico.
Sorprende sentir provenire dal campo cattolico un’espressione come “Perché le identità religiose non producano violenza è essenziale la conoscenza reciproca per comprendere le religioni degli altri per quello che sono, e cioè spiritualità”.
Che conoscere la realtà religiosa altrui sia importante a livello culturale (e anche a livello evangelistico, per i cristiani) è fuor di dubbio; ma saremmo cauti nel dire, come fa Mancuso, che aiuterebbe la convivenza. Conoscere il cristianesimo da parte degli islamici non farà cessare la violenza. Semmai la soluzione, che peraltro si legge tra le righe, sarebbe disinnescare l’estremismo delle varie religioni, siano esse l’islamismo, l’induismo e il cristianesimo. Anche l’estremismo cristiano. Anche.
Come ancora nota Mancuso, “tutte le religioni proclamano che l’uomo si può unire all’Assoluto e creare legami di vita nuova con gli altri uomini”: un concetto teologicamente corretto, anche se poi, tra il proclamarlo e il farlo, c’è una bella differenza. Succede anche in altri campi, come la politica: ogni partito, ogni ideologia punta e ha puntato da sempre al bene della popolazione, ma i risultati sono stati alterni.
La valutazione, per la politica come per la fede, spetta a ognuno di noi. Non sarebbe corretto parlare per le altre religioni; però possiamo dire serenamente che chi ha fatto una profonda esperienza di fede cristiana sa in cosa ha creduto, e sa che il concetto più profondo del cristianesimo è proprio quel rapporto personale, diretto, profondo con Dio che cambia la vita e migliora il rapporto con gli altri. Ma questo avviene attraverso un cambiamento personale, ed è questo che siamo chiamati a proporre.
L’estremismo tenta di imporre il messaggio della Grazia attraverso la legge, o attraverso la forza, sia essa fisica o psicologica; mentre il messaggio di speranza del vangelo va comunicato attraverso l’amore, non con la forza, sia essa fisica o psicologica; va trasmesso con un rapporto orizzontale, non con l’atteggiamento di chi guarda il proprio interlocutore dall’alto in basso. Va proposto riconoscendo la perfezione del messaggio, ma anche i propri limiti di esseri umani, che non possono aver colto ancora in toto la perfezione divina, e per questo sono soggetti all’errore. Meglio riconoscerlo, che trincerarsi dietro raffiche di versetti.
“Il cammino del dialogo va proseguito”, scrive ancora Mancuso. Ma non si può sorvolare sui diversi significati che può assumere, in questo contesto, il concetto di dialogo religioso.
C’è il dialogo di carattere ecumenico, che mira a una religione comune dove viene enfatizzato ciò che unisce a discapito di ciò che divide, senza un vero obiettivo concreto.
Ma c’è anche una dimensione virtuosa, quella del dialogo sociale, che punta alla tolleranza e alla convivenza pacifica: questa, come cristiani, siamo chiamati a perseguire con chiunque, credenti e non credenti. Ricordando che l’amore è il primo passo nell’adempimento del grande mandato.
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