Com’è triste l’happy hour: i nuovi giovani hanno pochi soldi, frigo vuoto e una vita di spuntini.
È l’impietoso identikit della generazione che attraversa i venti, trenta, quarant’anni – ormai si è giovani fino a quell’età, o ci si sente tali -, unisce trasversalmente l’Italia ma si concentra sulle grandi città. E sulle grandi solitudini.
Ce li aspettavamo, visti dalla pubblicità, come sfrenati avventori di discoteche, balli e sballi, senza risposte perché non si pongono domande. E invece.
Invece il giovane di oggi si incontra alla sera in economia, parla con gli amici di un più e di un meno dove prevale sempre di più il meno, mangia poco e male, disincantato anche su questo, ha paura del grasso. Non va, come i suoi fratelli maggiori, in discoteca, e nemmeno al fast food, perché da solo non è trendy; e poi stare soli in mezzo a tanta gente, come cantava Jannacci, fa ancora più male.
Il giovane di oggi va, questo sì, nei grandi centri commerciali, le nuove piazze. Guarda molto, fa amicizia, compra poco. Non somiglia quindi per niente ai giovani che vediamo negli spot, e che spacciano un’eterna adolescenza fatta di telefonini, profumi (una volta, almeno, l’uomo non doveva chiedere mai), gruppi di eterni amici e divertimenti a tutto spiano.
Per completare il quadro e comprendere meglio i giovani potremmo aggiungere un altro paio di aspetti importanti che nella ricerca mancano: l’impossibilità di trovare un lavoro stabile, ma anche di trovare un lavoro tout court prima dei trenta, trentacinque anni; l’instabilità degli affetti e la superficialità, non solo culturale, che la televisione – e non solo lei – ha inculcato per anni, tra tronisti e letterine.
Il risultato è questo: non un consumatore perfetto, come qualcuno avrebbe voluto, ma un giovane deluso, disilluso, senza valori, senza certezze. «Ho deciso di non lavorare a tempo pieno – mi confessava l’altro giorno un professionista, credente – perché la vita è un’altra cosa». Ha preferito, spiegava, prendere un po’ di tempo non tanto per sé o per la famiglia – per restare a un altro tormentone di oggi -, ma per uno scopo preciso: comunicare la speranza del vangelo.
«La vita è un’altra cosa». Una certezza che manca ai giovani di oggi. Da tutti i punti di vista. Nel nulla assoluto qualunque barlume di valore diventa un palo cui aggrapparsi.
Ma non basta, per essere sereni, un valore qualsiasi con il quale ubriacarsi. E quale sia il valore migliore, l’unico che rende la vita degna di essere vissuta, è spesso un mistero. Sta a chi lo ha sperimentato comunicarlo.
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