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Archivio per 7 Novembre 2006

Pubblicato da pj su 7 Novembre 2006

Stando a un articolo pubblicato su diverse testate (tra cui TgCom) 150 chiese degli Stati Uniti hanno incluso brani degli U2 nel loro repertorio domenicale. Per chi non li conoscesse, gli U2 sono una band irlandese tra le più note al mondo, i cui brani imperversano da almeno vent’anni nelle classifiche di tutto il mondo.

“Le loro canzoni sono piene di messaggi religiosi”, ha spiegato uno dei pastori che hanno portato avanti nella propria chiesa questa iniziativa. E in effetti nei brani degli U2 si trovano spunti di riflessione interessanti, anche sul piano spirituale. Quel che ci si può chiedere, realisticamente, è se sia davvero il caso di proporli alla domenica. Certo, se l’obiettivo del culto domenicale è attirare i giovani, allora la scelta è addirittura retrò: meglio l’iniziativa del pastore episcopale di New York, che organizza culti a cielo aperto a suon di hip hop.

Magari è solo questione di termini che non combaciano. È sicuramente giusto portare e spiegare il messaggio di speranza dell’evangelo alle persone, parlando la loro lingua e immedesimandosi nella loro cultura: l’ha fatto anche l’apostolo Paolo. Purché, beninteso, il messaggio sia poi chiaro e non stemperato – o addirittura compromesso – dal mezzo o dal linguaggio usato.

Qui, però, si sta parlando di culto. E il culto è un’altra cosa. Purtroppo nella nostra epoca perdiamo il senso dei termini, e questo porta a equivoci di fondo. Se chiediamo a un cristiano qualsiasi cosa significhi “culto”, probabilmente risponderà “riunione”. Una metonimia che nasce per il fatto che alle riunioni cristiane si celebra un culto, ma i due concetti sono diversi tra loro.
Il culto è l’adorazione di qualcuno o qualcosa. Non a caso anche in campo secolare si parla di “oggetti di culto”, “programmi di culto” etc.
Il culto cristiano è, quindi, l’adorazione di Dio. Che si svolge in un’apposita riunione.
Nell’ambito del culto, non è Dio a venire incontro all’uomo, né il cristiano a comunicare il vangelo al non credente nella maniera più appropriata: il culto porta l’uomo verso Dio, e quindi ogni gesto, strumento, parola deve rivolgersi in quella direzione. L’emozione lascia spazio all’intimità, la musica non conduce ma accompagna, il rumore lascia spazio al silenzio.
Non è più un rapporto orizzontale, tra uomo e uomo, ma verticale, tra uomo e Dio.

Visto questo, risulterebbe quindi curioso cantare “I still haven’t found what I’m looking for”, non ho ancora trovato quel che sto cercando, durante un culto: sarebbe quantomeno ingrato verso Dio, che invece ci ha fatto trovare quel che cercavamo, eccome. Il brano può essere, questo sì, un buono strumento per far riflettere nel corso di un’evangelizzazione. Ma, va da sé, è un’altra cosa.

Il culto non è il coinvolgimento delle persone venendo incontro ai loro gusti, ma piuttosto un momento capace di portare le persone a un più alto obiettivo. C’è ancora bisogno di hip hop e U2?

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