L’Alleanza evangelica chiede al nuovo direttore generale della Rai uno spazio sui canali pubblici per le realtà evangeliche non rappresentate da Protestantesimo. Non ha torto: ormai gli evangelici che non si riconoscono nel protestantesimo storico (e liberale) sono la percentuale ampiamente maggioritaria degli evangelici; per questo sembra anomalo, e singolare, che una percentuale minoritaria abbia uno spazio (e lo usi, giustamente, come ritiene: non vogliamo entrare nel merito), mentre la restante maggioranza non abbia un programma, e non possa avvalersi nemmeno di qualche informazione corretta quando nei tg si parla dell’ambiente evangelico.
Forse l’AEI è stata un po’ troppo prima di chiedere qualcosa di ragionevole come uno spazio televisivo (e radiofonico, speriamo). Se ci muoviamo solo nel 2006, però, un motivo c’è, ed è il disinteresse degli evangelici per i media: convinti che evangelizzare si declini solo nei concetti di “culto con appello”, “volantinaggio”, “musica e testimonianze”, i più non colgono le potenzialità dei mezzi di comunicazione. Sono pochi i credenti, e ancor meno le chiese, che davvero comprendono e sanno fare televisione, radio, giornali, o che sanno usare i canali che esistono già. E, quando se ne avvalgono, nella maggior parte dei casi i programmi restano identici per decenni (mentre si sa, i media e la percezione degli spettatori cambiano gradualmente stagione dopo stagione).
In generale potremmo dire addirittura che pochi sono coloro che sanno comunicare tout court, e in queste condizioni non c’è niente di strano se nessuno ha chiesto nulla fino a oggi, salvo recriminare sporadicamente sull’assenza degli evangelici da ogni spazio mediatico. Bene, quindi, l’appello dell’AEI; ora però sarebbe forse il caso per l’Alleanza di creare un minimo di coscienza collettiva sul piano mediatico: anche perché, se ottenessimo lo spazio, dovremmo anche essere in grado di gestirlo.
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