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Quelle “ricchezze ingiuste” che nemmeno ricordiamo

Pubblicato da pj su 15 Marzo 2006

Sul Corriere mi ha colpito una notizia riguardante l’impegno umanitario di John Kamm, un imprenditore statunitense in rapporti commerciali con la Cina, che nel 1990 ha dato il via a una particolare attività: nell’ambito di un viaggio di lavoro chiese, quasi come una boutade, la liberazione di un carcerato per motivi di opinione, e questo venne liberato quasi come benefit nell’ambito dei rapporti commerciali con il paese asiatico. Da allora ha costituito una fondazione ed elaborato una lista con 2700 persone detenute (o maltrattate) per motivi d’opinione, tra cui una “top list” di 250 nomi, che affida ai manager occidentali per sottoporla ai loro referenti cinesi man mano nel corso dei rapporti commerciali. Si parla di centinaia di persone liberate con questo sistema, che nel frattempo si è reso ancora più efficace con l’impegno a tempo pieno di Kamm, che da due anni segue il progetto a tempo pieno.

La notizia è rilevante sotto diversi punti di vista. Intanto, sul piano immediato: c’è un manager che ha trovato un modo alternativo per rendersi utile sul piano dei diritti umani. Forse, nel sentirne parlare, vi sarà venuto in mente il caso di Oskar Schindler e delle migliaia di ebrei salvati durante la guerra: anche qui c’è una lista, e anche qui, per interesse, c’è la liberazione di persone che altrimenti avrebbero avuto poche possibilità in questo senso.

In secondo luogo, la notizia fa riflettere: onore al merito di chi ha saputo inventarsi e sfruttare un canale anomalo, diverso, per raggiungere uno scopo così rilevante. Kamm non è un diplomatico, non è un attivista delle associazioni per i diritti umani, forse non è nemmeno un cristiano impegnato. Tanto più, quindi, possiamo chiederci come mai lui si sia fatto venire questa idea e altri, che magari potremmo considerare più “titolati”, non l’abbiano fatto.

Consideravo poi com’è nato il tutto: un ricevimento per uomini d’affari, una richiesta “fuori protocollo”. Insomma, Kamm ci ha semplicemente provato. Non è vero però che non rischiava niente: rischiava di perdere la faccia, che nel commercio è tutto. Però ci ha provato, e da lì è nato un progetto che non pensava, e un discorso più grande di lui.

Mi chiedevo quante volte, nella nostra vita di tutti i giorni, potremmo fare e non facciamo. Magari abbiamo amici, conoscenti, contatti in posti che – per il nostro piccolo – “contano”, ma non li sfruttiamo perché “chissà cosa penseranno”. E così spesso le chiese si ritrovano senza sala di culto, senza permessi per evangelizzare in piazza, o devono pagare cifre esorbitanti perché non c’è nessuno in grado di “trattare” con gli uffici competenti.

Nell’usare i canali che possiamo non rischieremmo niente: magari nemmeno la reputazione o la faccia. Sarebbe solo un tentativo, ma spesso non facciamo nemmeno quello. Spesso non scomodiamo l’amico poliziotto per aiutare lo straniero che ha bisogno di informazioni per il visto, perché “magari poi si scoccia”. Spesso non aiutiamo un vicino che sta traslocando dandogli informazioni concrete sugli uffici a cui iscriversi per i servizi essenziali, perché “mica me l’ha chiesto”; spesso non ci muoviamo se vediamo un’ingiustizia, o qualche irregolarità sulla strada che facciamo ogni giorno per andare a lavorare, perché “con tutta la gente che passa, perché devo farlo io?”.

Viviamo ogni giorno i nostri “chissà”, e non rischiamo nemmeno quel che sarebbe ragionevole rischiare. Sia chiaro: questo non significa essere insistenti, in tempo e fuor di tempo, per parlare nel modo sbagliato nel momento sbagliato, o insistere allo sfinimento. Spesso si tratta solo di investire qualche minuto e qualche contatto.

Invece, siamo convinti di NON riuscire in partenza. Invece di tentare di usare i mezzi che abbiamo, le “ricchezze ingiuste” che ci sono affidate, preferiamo credere di non poterlo fare. Meglio convincersi che non possiamo: è molto meno faticoso.

Come sfruttiamo le potenzialità che abbiamo a disposizione?

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