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Governanti: cristiani fino a che punto?

Pubblicato da pj su 14 Marzo 2006

George Washington era cristiano? Un nuovo studio del neocon Michael Novak accredita questa discussa tesi. Secondo lui il fatto che il primo presidente USA non abbia mai dichiarato la sua fede, che non parlasse di Cristo nei suoi discorsi, che non abbia avuto pastori al suo capezzale né orazioni funebri era dovuto solamente al fatto che voleva insegnare a convivere in pace alle diverse anime della nuova nazione americana. In realtà, dice Novak, Washington era di famiglia anglicana, con antenati pastori, e la sua stessa posizione sulla guerra d’indipendenza avvalorerebbe una posizione diversa da quella laica.

La notizia mi è sembrata degna di nota perché pone un dilemma antico come la democrazia: quanta parte di convinzioni personali, e quanta di condivisione devono convivere in chi governa? Mi spiego meglio. Da un lato ognuno di noi ha un suo credo: sia laico o spirituale, ha dei principi, dei valori sui quali ha basato la sua vita, che ha affinato nel corso degli anni. Sono dei punti fermi che gli sono serviti e gli servono per dare un senso alla sua vita, alle piccole e grandi cose. È evidente che, se credo in qualcosa, questo “qualcosa” tenderà ad emergere nel mio approccio con la vita, nell’approccio con gli altri, nell’approccio con la società. Se poi mi ritrovo in un ruolo di responsabilità, sia esso in un’azienda o nella pubblica amministrazione, queste mie convinzioni emergeranno, consapevolmente o inconsapevolmente.

Ma c’è di più: se sono arrivato a un ruolo di comando, di governo, significa che sono stato eletto da persone che hanno creduto non solo in me e nelle mie capacità, ma anche nei miei valori: quando mi sono candidato ho espresso i miei pensieri, i miei principi, e ho convinto gli elettori più di altri “concorrenti”. Quindi i miei valori hanno una presenza legittima, potremmo dire, nella mia opera di governo.

Però. C’è un però. Nel momento in cui mi ritrovo a governare, non sono più solo il rappresentante di una parte, ma di tutti. Quindi devo tener conto del bene di tutti, e rispettare i valori di tutti. A questo punto emerge il dubbio cui si accennava prima: fino a che punto i MIEI valori devono ancora emergere, e oltre quale punto devono diventare un fatto privato?

La mia fede, quando governo, si deve vedere solo nell’onestà, nel rispetto, nell’amore, nella compassione per i deboli, nell’attenzione verso i bisognosi, oppure deve apparire in maniera più marcata?

Non sappiamo se Washington fosse davvero un cristiano confessante. Stando a Novak, sarebbe l’esempio più lampante di una fede riservata, personale, esplicitata solo attraverso il buon governo. Se non lui, ci sono comunque stati altri governanti, nel passato, che avevano una forte, fortissima fede cristiana ma hanno deciso consapevolmente di renderla pubblica solo attraverso il loro comportamento sempre corretto e attraverso il loro modo di governare sempre esemplare.

Altri, invece, hanno ritenuto di rendere pubblica in ogni occasione la loro fede, la loro spiritualità, il loro senso di Dio. Sollevando polemiche, ma allo stesso tempo consensi.

Insomma: in un ruolo di governo, fino a quando le nostre convinzioni hanno diritto di essere imposte agli altri, e quando invece è opportuno che restino “nostre”?

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