È la nuova frontiera del reality show: negli USA la Fox lancia “Black. White.”. L’originalità rispetto alle tante case, fattorie, isole? Il cambio di identità: per sei settimane una famiglia bianca viene trasformata (anche fisicamente, grazie una marcata sessione di trucco) in una afroamericana e viceversa.
Scrive Tgcom: «La famiglia Sparks, Brian la moglie Renee e il figlio diciassettenne Nick, sono afroamericani di Atlanta. I Marcotulli, di chiare origini italiane, sono un nucleo composto da Bruno, la convivente Carmen e la figlia di lei Rose, 18 anni. Sono bianchi e vivono a Santa Monica. Ma per sei settimane le loro vite si sono invertite totalmente. Cambiando colore grazie a delle lunghe sessioni di trucco, hanno potuto sperimentare, è proprio il caso di dirlo, sulla loro pelle il razzismo latente che ancora regna negli Stati uniti, dove resta uno degli argomenti meno graditi».
Anche noi evangelici, se pure non lo diamo a vedere, abbiamo le nostre solide convinzioni, e – volendo essere onesti fino in fondo, le nostre vedute non sono proprio così aperte nei confronti delle altre denominazioni. Non arriviamo al razzismo, ma tendiamo comunque al pregiudizio, all’etichetta che generalizza (e banalizza) le convinzioni altrui. Così, se i valdesi sono “antiquati”, i fratelli sono “freddi”, l’esercito della salvezza “folcloristico”, i pentecostali “rumorosi”.
E allora, c’è da chiedersi cosa verrebbe fuori a fare un esperimento simile a quello americano: mettere per sei settimane una famiglia cattolica in una chiesa evangelica (questione anche di par condicio, supponendo che molte famiglie evangeliche siano state a lungo in una chiesa cattolica).
Ma si potrebbe rendere il confronto ancora più interessante scendendo nello specifico delle tante differenze che caratterizzano l’arcipelago evangelico: mettiamo una famiglia valdese in una chiesa dei fratelli, una famiglia dei fratelli in una chiesa pentecostale, una famiglia pentecostale in una chiesa valdese. Le possibili variazioni sul tema sono, come comprendete, molteplici, e qualche sociologo potrebbe indicarci la soluzione più efficace.
Per sei settimane, insomma, la famiglia si troverebbe a vivere in una realtà completamente diversa dalla propria. Sarebbe interessante vedere come si passa dal distacco alla diffidenza, dalla diffidenza alla discussione, dalla discussione al confronto, dal confronto al dialogo, dal dialogo alla comprensione, dalla comprensione all’accettazione e – magari – addirittura all’affetto fraterno. Dall’esperienza uscirebbe più ricca la famiglia “trapiantata”, ma anche la chiesa ospitante. Chi ha provato a vivere per un periodo in una chiesa (o in una denominazione) diversa dalla propria – e non per forza per insoddisfazione: parliamo di motivi di studio, sentimentali, di lavoro – può testimoniare quanto sia stato salutare per lui confrontarsi con una realtà diversa, e quanto questa esperienza possa avergli aperto la visuale. E magari quanto possa averlo reso disponibile verso gli altri, verso il “diverso”.
Perché? Perché partiamo tutti con l’idea, istintiva e inevitabile, che il nostro microcosmo sia il migliore dei mondi possibili, dove comprensione della dottrina e attuazione pratica si sono integrati nella maniera più efficace. E gli altri? Sempre secondo questa logica, inconsciamente (o consciamente?) riteniamo che a qualcuno manchi qualcosa, qualcun altro abbia qualcosa “di troppo” rispetto alla nostra UNICA ortodossia possibile. Guardando le diverse situazioni più da vicino e con maggiore apertura, possiamo comprendere come esperienze storiche diverse possano aver portato a risultati diversi, e possiamo quindi renderci conto di come una certa pratica non è per forza “più” o “meno” giusta della nostra: è semplicemente diversa, una ricchezza, un valore aggiunto nel panorama cristiano in cui tutti – e sottolineo tutti – viviamo, e dove siamo chiamati a convivere mantenendo buoni rapporti e, perché no, collaborando per comunicare al mondo la speranza, la gioia, l’amore che abbiamo trovato – TUTTI, nessuno escluso – in Dio.
«Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri».
Mi sembra di averlo letto proprio in quel Vangelo che noi evangelici tanto ci vantiamo di mettere in pratica in maniera sana e piena.
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