Gli inglesi preferiscono la campagna: il 72% di chi vive nei centri rurali è contento della sua scelta, contrariamente a chi vive in città, dove solo il 45% degli interpellati si dice soddisfatto.
La tendenza, anche se non ci sono dati, è simile anche in Italia. Lo so, vi sarà venuta in mente quella canzone di Toto Cutugno: “Voglio andare a vivere in campagna…”. Che forse ha segnato, a suo modo, questa tendenza: ormai vivere fuori dai grandi centri fa tendenza più che vivere in centro; niente smog, tranquillità, spazi più ampi, meno tensione.
Chi può (perché è anche una questione economica) ormai non disdegna di trasferirsi nelle prime periferie, o nella campagna, magari tenendosi non troppi distante dalla città di riferimento. Ben lo sanno i costruttori, che hanno riempito le campagne brianzole, per dirne una, di case e villette. Chi può, dicevamo, si trasferisce armi e bagagli, tantopiù che ormai la rete stradale/ferroviaria consente, con certi accorgimenti, di raggiungere il posto di lavoro senza troppi patemi. E poi ci sono i nuovi mezzi di comunicazione, che permettono di lavorare a distanza.
Ma in questa apologia della vita in campagna, si nota qualcosa di più interessante: a essere entusiasti sono coloro che hanno vissuto in città. Nel senso che chi è nato e vive in campagna, non considera l’ambiente attorno a lui così bucolico ed eccellente. E cosa sogna invece chi vive in campagna? Di andare in città. Gli piace perfino il traffico, la folla nervosa e indifferente gli sembra quella di una festa e perfino il grigio è un colore diverso, e per questo attraente.
Tutto questo mi ricorda un celebre brano di Celentano, quando il ragazzo della periferica via Gluck si trasferiva in città, gli amici lo invidiavano ma lui rispondeva: “ma come fai a non capire/ è una fortuna per voi che restate”. Vista la prospettiva il brano è stato scritto, evidentemente, quando già viveva in città.
Succede anche nella vita di tutti i giorni, a pensarci bene. Spesso veniamo messi in guardia da errori che possiamo evitare, e sui quali chi ha – suo malgrado – esperienza ci mette in guardia; il problema è che a noi sembrano incredibilmente attraenti, e – non essendo in grado di valutare obiettivamente – preferiamo sbagliare, anziché astenerci. Dopo aver sbagliato, comprendiamo. Ma a volte è tardi, e comunque la nostra esperienza non servirà agli altri, che verranno dopo di noi: saranno troppo impegnati a vedere i pro per valutare i contro. La cosa interessante è che ci ricaschiamo regolarmente.
Ma non basta. Oltre a desiderare ciò che non abbiamo (salvo, spesso, pentirci), abbiamo anche un altro limite: non sappiamo apprezzare ciò che abbiamo. Il lavoro potrebbe essere migliore (ma c’è chi sta peggio), la salute potrebbe andare meglio (ma anche peggio), il posto dove viviamo è troppo periferico o troppo centrale. Beninteso, migliorare la propria condizione è un atteggiamento giusto, ma altrettanto importante è avere il buonsenso dell’equilibrio per sapersi accontentare di ciò che abbiamo.
ci rendiamo conto dei nostri privilegi solo quando altri ce li fanno notare, o quando peggioriamo la nostra situazione. Solo dopo un forte raffreddore comprendiamo quanto sia piacevole respirare a pieni polmoni…
In una parola: insoddisfazione. Un sentimento purtroppo comune anche tra i cristiani: a detta dell’apostolo Paolo dovrebbero essere contenti in ogni condizione, anche perché dovrebbero aver compreso che la felicità non è data da ciò che li circonda, da elementi materiali, ma da ciò che hanno dentro. Invece spesso apprezzano di più ciò che non hanno, o che hanno gli altri: d’altronde è difficile rendersi conto se per noi è più verde l’erba del vicino, forse per il vicino è più verde la nostra.
O magari l’erba del vicino è davvero più verde, ma non sappiamo che è verde perché è piena di insetti, che magari a noi fanno ribrezzo: ci sono i pro e i contro, e spesso chiediamo qualcosa senza conoscere le possibili conseguenze delle nostre richieste: benefici senza i sacrifici.
Con risultati che accentuano la nostra insoddisfazione, anziché placarla. Per questo è inutile dare la colpa a Dio: spesso ciò che avviene nella nostra vita è solo una conseguenza delle nostre scelte.
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