«Onorato di dar loro fastidio». È la reazione che l’ex ministro Calderoli ha avuto alla notizia che Al Quaida lo ha additato come uno dei “crociati dell’odio contro l’Islam”.
Non credo sia necessario ripercorrere l’ormai tristemente nota – e paurosamente sopravvalutata – questione delle vignette danesi, che hanno scandalizzato a tal punto folle musulmane da farle sentire autorizzate a bruciare ambasciate, e uccidere esseri umani (occidentali, beninteso). Qualcuno, un ministro della Repubblica italiana, in un’intervista televisiva aveva rivelato che si era stampato sulla maglietta (ben nascosta sotto camicia, cravatta e giacca) una delle vignette, e questo aveva scatenato ulteriori reazioni nel mondo islamico, e specialmente in Libia, dove a quanto pare non si vede l’ora per avere un’occasione per tornare a rivendicare qualcosa dall’Italia.
Sull’onda della polemica il ministro in questione, Roberto Calderoli, si era poi dimesso, senza che questo cambiasse le cose. Qualche giorno fa, l’ennesima polemica: il braccio destro di Bin Laden, Al Zawahiri, ha diffuso il periodico video promozionale di Al Quaeda, dove condanna l’Occidente per le vignette e fa riferimento, celato ma non troppo, proprio al ministro (ormai ex ministro) italiano.
Che non si spaùra, direbbe Leopardi, ma anzi replica di sentirsi “onorato” di essere stato preso di mira dagli integralisti: «Venire attaccati da questi criminali che strumentalizzano la religione per fini politici è per me un onore».
Fermo restando che gli estremismi e gli arroccamenti non portano a soluzioni accettabili e – soprattutto – vivibili, in certi momenti una posizione va comunque presa. Specie da parte di noi cristiani, una categoria che spesso dà fastidio.
Danno fastidio i nostri valori, ormai obsoleti per la maggioranza, ma che risultano ancora gli unici a funzionare e garantire una certa serenità. Danno fastidio i nostri principi, legati a qualcosa di così poco scientifico come la Bibbia, ma capaci di dare un equilibrio che a molti altri sperimentatori di altre dottrine (religiose o laiche) è sconosciuto. Dà fastidio la nostra moralità, in una società dove si tenta di accreditare ogni soluzione come “legittima” e “accettabile”, e che si illude di poter dominare anche la natura. Danno fastidio le nostre certezze incrollabili, in un mondo di mordi e fuggi, dove nulla è scontato e tutto cambia con la rapidità di un soffio di vento. Dà fastidio la nostra fede, in un mondo di tradimenti e di poca serietà. Danno fastidio le nostre risposte: il fatto che noi sappiamo da dove veniamo, dove andiamo, cosa ci facciamo qui.
Danno fastidio le nostre parole: il messaggio di un Dio che ama e di un uomo che può trovare – finalmente – la pace dentro di sé, può riempire il vuoto che ha dentro, può affrontare con occhi nuovi i suoi problemi, solamente instaurando un rapporto personale con Dio.
Tutto questo dà fastidio. Perché, dando delle soluzioni, implicitamente mette gli altri di fronte al proprio fallimento. Questo fastidio viene espresso talvolta attraverso la violenza, ma più spesso con l’intolleranza, l’offesa, i maltrattamenti, la derisione, l’isolamento. Niente, a confronto dei nostri fratelli perseguitati in altre aree del mondo. Anche se poi le piccole malignità quotidiane rischiano di rivelarsi torture più logoranti del previsto.
Nell’uno e nell’altro caso, non c’è niente di nuovo: il Signore si era premurato di mettere in guardia i suoi discepoli sulle prove e le difficoltà che avrebbero trovato nel proclamare un messaggio così dirompente. Solo che spesso, nell’ansia di cercare una fede prospera, ci dimentichiamo di farlo (e farcelo) presente.
A questo punto le soluzioni per noi sono due. Vivere una fede interiore, assolutamente privata, alla Nicodemo, senza dare fastidio a nessuno e senza turbare le (in)certezze di chi ci circonda. Oppure, senza estremismi e arroccamenti, possiamo fare i discepoli, e adempiere il mandato di andare e portare una soluzione. Senza la vocazione al martirio, ma consapevoli di tutte le possibili conseguenze.
Allora, siamo pronti a dare fastidio?
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