Il catalogo dell’Ikea è il volume più diffuso al mondo: con 160 milioni di copie quest’anno ha superato perfino la Bibbia, ferma a 60 milioni, dopo un primato incontrastato cominciato nel lontano Quattrocento con l’invenzione della stampa.
«Un successo senza precedenti – riporta un articolo di TgFin -, che testimonia come Ikea sia diventata la quintessenza dell’emotional brand, capace di arrivare al cuore dei consumatori attraverso un linguaggio semplice, a un’ attenta politica di customer care e a una costante attenzione alle realtà locali. Attenzione che si ritrova appunto nel catalogo, considerato dai vertici della multinazionale il più importante strumento di marketing.
Curato nei dettagli, differente a seconda delle aree geografiche, il libretto assomiglia a una rivista di interni più che a un mero elenco di prodotti (9500 in tutto quelli in assortimento) perché crea atmosfere e ambienti quotidiani. (…)
Differenziarsi dalla concorrenza, far vivere il brand, non temere di innovare nella comunicazione, utilizzare con coraggio la creatività: questi, secondo gli esperti, i punti di forza del catalogo, che quest’anno è stato distribuito in cinquantadue Paesi, per un totale di venticinque lingue differenti».
Certo, l’accostamento potrebbe suonare irriverente e – potremmo dire – decisamente “fuori catalogo”. Non si può confrontare un catalogo con un libro, è evidente. Tantomeno con IL libro, con il libro che ha tutte le risposte.
Però è sintomatico. È arrivato anche a me il catalogo in questione, come a milioni di altri italiani: un volume che non sfigura in libreria, almeno fino a quando non si decide di aprirlo, beninteso. A colori, ben impaginato, chiaro, piacevole anche solo a sfogliarsi. Questo mi ha dato da pensare. Una grande azienda, ovviamente, deve fare grandi scelte. Non può risparmiare sulla promozione, e questa decisamente è una tra le promozioni che dà più visibilità al marchio. Insomma, sono soldi ben spesi. Una percentuale di chi riceve il catalogo, andrà a dare una sbirciata nei magazzini e comprerà qualcosa. Se il catalogo lo ricevono in cento, percentualmente il risultato sarà inferiore rispetto al caso in cui il catalogo lo ricevano, come in questo caso, in centomila. Epperò fa riflettere. L’azienda ha investito non solo in carta e stampa: ha investito in fior di tecnici, dai fotografi ai redattori dei testi (anche quelle poche righe hanno una loro importanza strategica!), dagli impaginatori ai distributori. Solo un profano può pensare che siano tutte scelte casuali: in realtà, dietro, c’è un grande lavoro organizzativo, e prima ancora c’è un grande studio per valutare chi riceverà quel materiale, dove distribuirlo perché raggiunga le persone nel modo più efficace, cosa scrivere, come presentare le immagini, su quali concetti puntare per ottenere il risultato. Si tratta di una grande azienda, e oltretutto – suppongo – una di quelle poche aziende che ha colto davvero il significato della parola “visibilità”: tutti conoscono il marchio, e la prima parola che viene in mente quando si pensa “prodotto economico ma non scadente” è quella parola con tre vocali e una kappa in mezzo.
Mica è un caso.
Eppure. C’è un eppure. Come mai tutte quelle persone che conoscono così bene quell’azienda non hanno altrettanta familiarità con Dio? Come mai, se quando pensano “mobile” rispondono “Ikea”, quando pensano “problema” non rispondono “Dio” ma trovano mille soluzioni?
Forse non siamo stati altrettanto efficaci. Nella cassetta della posta, in questi anni, ho trovato chili e chili di depliant e cataloghi. Ma mai un vangelo, accompagnato da un messaggio che presentasse l’importanza di avere un rapporto personale con Dio.
Per strada, in questi anni, ho ricevuto tanti volantini, piacevoli e capaci di attirare l’attenzione facendo ricordare il marchio che proponevano. I volantini meno incoraggianti erano quelli che parlavano di Dio: mal impaginati, con colori sbagliati, linguaggio antiquato, concetti fuori contesto o troppo testo.
Poi ci lamentiamo, rassegnandoci al fatalismo, dicendo che “qui la gente è dura”. L’ho sentito dire ovunque, sono rarissimi i posti dove ho sentito dire “qui la gente cerca in Dio la soluzione ai suoi problemi e non siamo abbastanza per seguirli tutti!”. Quando lo si dice, è sempre per parlare delle altre realtà: il nord lo dice del sud, la campagna lo dice della città, l’Italia lo dice quando parla del Brasile o dell’Africa. È l’alibi più gettonato dalle chiese cristiane oggi: ma attenzione. In sostanza diciamo che Dio non è capace di raggiungere i nostri concittadini.
Poi, tra tante parole e alzate di spalle, vedo il catalogo dell’Ikea, e vedo i risultati dell’Ikea. E mi chiedo se, al di là del contesto commerciale, non ci sia qualcosa di sbagliato nel nostro approccio. Mi chiedo se non siamo noi a non valorizzare i talenti che Dio ci ha sicuramente dato, mi chiedo se non siamo noi a non far fare le cose giuste alle persone adatte, mi chiedo se non siamo noi a ostinarci a parlare alla gente come NOI crediamo debbano ricevere il messaggio.
Il catalogo Ikea non è realizzato come piace al fondatore dell’azienda. È studiato per rispondere alle esigenze di chi lo legge, ed è differenziato per paesi e culture.
Il messaggio cristiano, invece?
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