biblicamente

uno sguardo cristiano sull’attualità

Effetti collaterali

Pubblicato da pj su 27 Agosto 2008

Una volta i ministri erano azzimati. Anziani, se preferite. Vecchi, per molti versi. Tanto vecchi che, dopo decenni di politica attiva, li si accusava di aver perso il contatto con il territorio, talvolta perfino con la società, e sicuramente con i giovani, di cui non riuscivano a capire le speranze.

Si è invocato per intere legislature un cambio generazionale, agitando sui giornali il virtuoso esempio - così si voleva far considerare - di tutti i paesi europei, dove presidenti e ministri erano giovani o giovanissimi, a ovest come a est. Insomma, si faceva presto a maliziare sul fatto che dopo la caduta del Muro, e con lui dei politburo, l’Italia era il paese con i governi e i parlamenti più vecchi.

L’accusa è caduta da quando il nuovo presidente del consiglio, per altri motivi, ha preso alla lettera questa argomentazione, proponendo un baby governo dove i trentenni la fanno da padroni. Una ventata di novità che ha dato vita a interessanti proposte alternative, a scelte meno politiche e più coraggiose, a uno svecchiamento nei tempi e nei modi. Se poi i risultati siano all’altezza delle attese, o se almeno lo saranno a fine mandato, è un’altra questione: intanto qualcosa è cambiato, e si vede.

Si vede, purtroppo, anche sui giornali: in questa estate 2008 il pettegolezzo di Stato ha avuto un’impennata che ha oscurato anche le vicende della vipperia televisiva in salsa sarda, quella che ogni anno delizia i rotocalchi con legami, tradimenti e abbandoni degne del peggiore Olimpo letterario.

In primavera hanno avuto buon gioco, i giornali stranieri, a ricordare il passato velinaro di una giovane ministra, eletta - magra consolazione - la più affascinante del continente: il ritorno di foto e calendari risalenti a una vita (gaudente) fa deve essere stato imbarazzante per lei, ma lo è stato soprattutto per il ruolo che ricopre.

Poi, con i primi caldi, si è aperta la caccia al “Pinco Pallino”, presunto compagno che un’altra ministra pudicamente celava agli occhi dei media.

A chiudere il cerchio mancava solo il ministro all’istruzione. Forse per il suo ruolo, forse per la sua immagine, la facevamo inflessibile e austera nonostante i suoi trent’anni: una via di mezzo tra la maestrina dalla penna rossa e la signorina Rottenmeier.

E invece no: ecco che anche lei, formalmente single come le altre, è stata sorpresa - e prontamente paparazzata - in affettuose effusioni con un aitante immobiliarista.

Sono giovani, verrebbe da commentare benevolmente con un sorriso paterno. E, in fondo, è vero. Se oggi si è giovani fino a cinquant’anni, a trenta si viene considerati poco più che adolescenti: nei negozi ti danno del “tu” e nessuno si scandalizza se vivi ancora in casa con i genitori. E, si potrebbe aggiungere, i coetanei delle nostre ministre oggi in pubblico fanno ben di peggio di qualche tenero bacio ai tavolini di un bar.

Il punto è che le tre trentenni al Governo non sono solo giovani: sono ministri. Hanno accettato, in scienza e coscienza, un certo incarico, ben consapevoli del peso, dell’impegno, degli effetti collaterali, dell’esposizione mediatica. Dai ministri ci si aspetta un certo lavoro e un certo decoro, e il fatto che i cattivi esempi siano stati troppi - in Italia e all’estero - non cambia la questione di fondo.

Non basta infatti dire che “lo fanno tutti”. Forse sì, e forse è entrato nell’uso comune tanto che, ormai, nessuno si scompone più per così poco. Ma restiamo convinti del fatto che un servitore dello Stato dovrebbe rappresentare un esempio virtuoso: come chiunque abbia un ruolo di riferimento per la società, dai ministri di culto alle forze dell’ordine, dal magistrato al sindaco. A prescindere dall’età.

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Laici a parole

Pubblicato da pj su 25 Agosto 2008

Dopo la tragedia, il disprezzo.

Titola il Corriere: “Soltanto funerali cattolici per le vittime di Madrid. Polemica contro il governo”. A quanto pare, infatti, «i funerali pubblici per i 154 morti nella catastrofe aerea di mercoledì scorso, a Madrid, sono stati organizzati dall’arcivescovado, e non sono di Stato».

Differenza solo formale, dato che «a occhio, la differenza non si percepirà lunedì prossimo nella cattedrale dell’Almudena: ci saranno i rappresentanti di Moncloa e Casa Reale; e, soprattutto, non ci sono altre cerimonie ufficiali in programma».

«Gli evangelici - scrive ancora il Corriere - sono i più risentiti: parlano di “dolore aggiuntivo” e disprezzo dei sentimenti”» per i familiari del pastore evangelico Ruben Santana Mateo, scomparso nell’incidente. Protesta l’Alleanza evangelica spagnola, che avrebbe chiesto, se non un funerale evangelico per il pastore, almeno un rito ecumenico o laico. Invece no: funerale cattolico per tutti, siano protestanti, musulmani o atei.

Amaro. Non deve essere piacevole trovarsi privati della possibilità di congedarsi da un proprio caro nella maniera che si ritiene più opportuna, tanto più vedendosi imporre un funerale di un altro credo: una situazione oltretutto paradossale e ancora più incomprensibile se è vero, come afferma il presidente Zapatero, che non si tratta di esequie ufficiali.

Non è una questione religiosa, ma politica. Perché questo fatto accade proprio dove meno ci si aspetterebbe, ossia nella laica Spagna del 2008.

Ma come, caro Zapatero. Proprio lei, che vede la religione, specie quella dominante, come fumo negli occhi, e che si vanta di aver liberato lo Stato da tutte quelle credenze superstiziose dopo secoli di oscurantismo.

Proprio lei, che tutela tutte le minoranze (o forse, viene da pensare ora, solo quelle che fanno notizia). Proprio lei, che sta dalla parte dei deboli e di chi non ha voce.

Proprio lei, che ha cambiato le leggi per rendere tutti uguali fino all’ultima minuzia.

Proprio lei, che ha permesso a tutti di celebrare il proprio amore in maniera ufficiale, a prescindere dal sesso con cui ci si trova a nascere.

Proprio lei, che ha tolto le croci dai muri e le Bibbie dai tribunali per non turbare chi la pensa diversamente, o per chi semplicemente si limita a non pensare.

Proprio lei, tanto attento ai diritti degli “altri”, dei “diversi”, proprio lei si rende complice di un’ingiustizia che - per i suoi parametri - dovrebbe urlare vendetta al cielo, o almeno alla Corte europea.

Proprio lei: non solo non concede a un ministro di culto il diritto a un funerale secondo il suo rito. Addirittura gli impone un funerale di una confessione diversa. E, oltretutto, nascondendosi dietro un distinguo piuttosto ipocrita - e piuttosto risibile - tra funerali ufficiali e funerali di stato.

Per Ruben Santana, il pastore perito nel disastro aereo, non cambierà nulla. Per i suoi parenti, probabilmente, sì: al dolore per la perdita del proprio caro si aggiungerà l’amarezza di una vicenda kafkiana che si potrebbe, e si dovrebbe, evitare.

Perché certo, caro Zapatero, è facile passarsi per progressisti cercando lo scontro su temi di grande impatto mediatico. È facile riempirsi la bocca con parole come “diritti”, “laicità”, “solidarietà”.
Vivere ogni giorno il rispetto per l’altro è molto più difficile.

Anche per lei.

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Cristiani a cinque cerchi

Pubblicato da pj su 22 Agosto 2008

Si è parlato poco di fede, durante queste Olimpiadi. Sarà perché si svolgono in un paese a libertà limitata, o forse perché gli inviati avevano di meglio da raccontare.

All’inizio delle competizioni abbiamo visto solo la testimonianza cristiana dell’italiano Pellielo, riportata peraltro senza troppo entusiasmo dalle testate nazionali; poi più nulla, anche se qualche spunto utile ci sarebbe stato: si sarebbe potuto indagare sui perché la divisa dello Zimbabwe riportasse in evidenza la dicitura “Faith”, fede; oppure sulle motivazioni della giamaicana che dopo la medaglia d’oro si è inginocchiata sulla pista in preghiera. Evidentemente è più comodo fare i provinciali e riferire le curiosità più banali della capitale cinese, con un atteggiamento da turista che torna dalle vacanze e vuole stupire gli amici.

Un sospiro di sollievo arriva da un allenatore coreano: si tratta di Kisik Lee ed è in forza alla nazionale statunitense di tiro con l’arco. Riferisce la Stampa che «non è solo l’allenatore della nazionale di arco Usa, ma anche e soprattutto una guida spirituale per i componenti della sua squadra e battezza i suoi atleti immergendoli nelle piscine. [...] Durante i Giochi Olimpici di Pechino, Lee e almeno tre dei cinque arcieri che stanno partecipando alle Olimpiadi si danno appuntamento ogni mattina per cantare inni, leggere la Bibbia o partecipare alla messa [sic] nella chiesa del Villaggio Olimpico».

Sarebbe stato interessante sapere di più su questi battesimi “olimpici”, ma ci rendiamo conto che il servizio sui cormorani cinesi fosse più succulento di un servizio battesimale in un paese dove è vietato perfino importare una Bibbia.

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Dal dire al fare

Pubblicato da pj su 20 Agosto 2008

Norme sempre più severe per chi guida: il governo - o, piuttosto, un sottosegretario che ha approfittato del silenzio ferragostano per ottenere il suo quarto d’ora di celebrità - starebbe per emanare nuove norme contro gli eccessi di velocità, l’uso del cellulare alla guida e il mancato utilizzo delle cinture di sicurezza. Non solo: potrebbe diventare più difficile ottenere la patente, rinnovarla, recuperare i punti perduti.

Per quanto riguarda il telefonino - una delle passioni nazionali - si minaccia addirittura l’obbligo del viva voce, perché sembrerebbe che perfino l’auricolare costringa a distrarsi troppo.

Se saranno solo boutade agostane o proposte concrete, lo vedremo a settembre. Resta, in questo ultimo scorcio d’estate, qualche domanda.

Ci si dovrebbe domandare il senso dell’annuncio anticipato, che di solito non corrisponde mai nella sostanza alla legge effettivamente approvata.

E ci si dovrebbe domandare anche se inasprire le leggi non sia un triste retaggio di altri tempi e altre culture, di quelle gride manzoniane incapaci di farsi rispettare.

Una democrazia seria non si distingue per la quantità di leggi, ma la certezza del diritto: poche norme, semplici e fatte rispettare.

Ecco, forse il problema è proprio qui. Fate un banale esperimento: verificate quanti rispettino ancora il divieto di uso del cellulare alla guida. Noi ne abbiamo contati un po’ troppi, anche tra quegli stessi elementi che dovrebbero rappresentare e garantire la sicurezza. Ci siamo sentiti delusi, e anche un po’ presi in giro.

Francamente non sembra che le leggi non ci siano, o non siano adeguate. Basterebbe renderle efficaci, magari sostituendo gli annunci con qualche banale, sporadico, doveroso controllo.

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Tra carte e comode rate

Pubblicato da pj su 19 Agosto 2008

Repubblica dedica ampio spazio al reverendo John Jenkins della First Baptist Church di Glenarden, a due passi da Washington, protagonista di una crociata contro il consumismo: «John K. Jenkins, il pastore, lo ripete in continuazione: “Non dovete diventare schiavi dei debiti e dei creditori, lo dice la Bibbia” e parte con le citazioni di capitoli e versetti. Nella crisi economica americana, che si mostra soprattutto nelle difficoltà di pagare le rate dei mutui, delle carte di credito, delle auto o dell’assicurazione sanitaria, un ruolo di aiuto sempre maggiore lo sta giocando la religione. [...]
Così in tutto il Paese, accanto ai tradizionali corsi di catechismo o prematrimoniali, sono nate le classi di Financial Freedom - libertà finanziaria - per insegnare a gestire l’economia familiare, a rientrare dai debiti e a vivere di quello che si ha».

Per Jenkins, scrive Mario Calabresi, «Il nuovo “satana” sono le carte di credito, che danno l’illusione di una ricchezza che in realtà non si possiede».

Il problema esiste anche da noi, per quanto in forma diversa. Certo, bisogna sostituire “carta di credito” con “rata mensile”, ma il risultato è lo stesso. Galeotto fu chi inventò il pagamento rateizzato, e incauto chi lo definì “comodo”: l’illusione di poter acquistare qualsiasi cosa si desideri, senza limiti, pur di non provare disagio per quella quota che, mensilmente, alleggerisce il nostro conto corrente. In certi casi fino a farlo diventare trasparente.

Un tempo esistevano corsi di economia domestica che insegnavano ad amministrare le finanze familiari; oggi evidentemente quella preparazione è venuta a mancare, se anche i meno sprovveduti non sanno districarsi tra tan e taeg, e finiscono per stipulare finanziamenti capestro quando potrebbero almeno, con un minimo di buonsenso, ottenere condizioni decisamente migliori.

Se il problema esiste, ed è esteso, è opportuno correre ai ripari, come ha fatto il reverendo Jenkins: magari, al grido di “a mali estremi, estremi rimedi”, triturando le carte di credito - si sa, negli USA sono piuttosto plateali - e soprattutto offrendo corsi per insegnare a gestirsi meglio. Che non significa tanto sapersi districare tra le condizioni dei circuiti creditizi, quanto imparare a spendere nel modo migliore.

Sembrerà strano, ma su questo versante la Bibbia è una insospettabile fonte di suggerimenti e indicazioni: non è un pretesto, e se ne sono accorti in molti anche in Italia, dove manager di successo che hanno sperimentato l’efficacia di queste indicazioni e hanno sviluppato corsi dedicati alla cura delle proprie finanze in maniera saggia.

Qualcuno obietterà chiedendosi se sia davvero un tema che riguarda la vita cristiana. Tutto sta nel capirsi: se per vita cristiana intendiamo ogni aspetto dell’esistenza, anche quelli più concreti, allora la risposta non potrà che essere affermativa.

La saggezza, l’equilibrio, il senso di responsabilità sono capisaldi nella vita di ogni cristiano: dal punto di vista più strettamente spirituale, ma non solo.

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Le prospettive di Warren

Pubblicato da pj su 18 Agosto 2008

Primo incontro a distanza ravvicinata tra i due candidati alla presidenza degli Stati Uniti, il democratico Barack Obama e il repubblicano John Mc Cain: teatro della sfida, la chiesa evangelica di Lake Forest, in California. Un contesto anomalo per un confronto elettorale, ma fino a un certo punto: nessuno dei due aspiranti presidenti ha un’immagine convincente per l’elettorato evangelico, e nessuno dei due trascura il fatto che proprio questa categoria potrà essere decisiva per la scalata alla Casa Bianca.

Per questo, tra il progressista Obama e il laico Mc Cain, da qui a novembre sarà una gara di allineamenti a un pubblico che probabilmente non amano (se Obama ha idee molto di sinistra sul diritto all’aborto, Mc Cain rivendica una posizione smarcata da vincoli religiosi e refrattaria agli ambienti evangelici più fondamentalisti), ma di cui si rendono conto di non poter fare a meno.

Come riportava Paolo Valentino sul Corriere di oggi, alla fine la sfida di Lake Forest ha visto tre vincitori. Due sono i candidati, che tutto sommato si sono salvati facendo una egregia figura davanti a un pubblico esigente, Obama citando la Bibbia, Mc Cain parlando di fede e di valori. Il terzo vincitore, forse il vero vincitore morale, è Rick Warren, moderatore dell’incontro nonché pastore della chiesa di Lake Forrest.

Warren non è solamente pastore di una comunità che conta migliaia di membri, come molte negli Stati Uniti; è anche un predicatore influente e un affermato autore di best seller cristiani da milioni di copie (per la cronaca sono giunti anche in Italia, pubblicati da Publielim, riscuotendo un successo non trascurabile per l’asfittico contesto editoriale evangelico). Soprattutto, però, risulta uno dei pochi predicatori noti al grande pubblico e percepiti ancora come “puliti”.

Non è facile, per chi assurge a una certa notorietà, dribblare le malelingue e le invidie; non è facile amministrare la fama - che l’essere umano tende sempre a trasformare in idolatria - evitando colpi di testa, leggerezze, sbandate che in passato hanno compromesso gravemente l’autorevolezza di predicatori ispirati ma non abbastanza forti. Non è facile tenersi fuori dai giochi politici, e non è facile nemmeno resistere alla tentazione di approfittare della propria posizione, scodellando ai fedeli qualche dottrina comoda e redditizia (per sé).

È una situazione rara, che non passa inosservata. Per questo Warren, all’interno, viene percepito da molti come un punto di riferimento in un ambiente evangelico frammentato, tendenzioso, conteso come non mai tra integralismi e sincretismi.

E per lo stesso motivo Warren viene indicato dagli osservatori esterni come possibile successore morale di Billy Graham, il predicatore che per cinquant’anni ha suggerito una linea cristiana ai presidenti e ai credenti degli Stati Uniti.

Staremo a vedere.

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Parametri d’infelicità

Pubblicato da pj su 13 Agosto 2008

Ora è ufficiale anche per la statistica: le famiglie italiane sono in sofferenza. Lo rivela - casomai ce ne fosse stato bisogno - l’Istat, che nei giorni scorsi ha pubblicato l’indagine sulla spesa delle famiglie italiane nel 2007.

Curiosamente negli ultimi anni la statistica ha subito un effetto comune anche alla temperatura, con una scollatura tra dati ufficiali e realtà percepita: gli esperti rassicuravano su un’inflazione bassa, e noi vedevamo crescere settimana dopo settimana il costo della spesa. A quanto pare, quindi, alla fine anche la statistica è tornata con i piedi per terra e si è allineata alle impressioni generali.

La deprimente situazione emersa dall’indagine, secondo gli esperti, fa emergere dati poco rassicuranti per il futuro: «Dal punto di vista macroeconomico - spiega Pietro Garibaldi sulla Stampa - la diminuzione reale dei consumi è uno dei fenomeni più preoccupanti, poiché nel lungo periodo il livello dei consumi è un indicatore chiave dello standard di vita».

Di fronte a una frase come questa, inserita quasi en passant tra dati e analisi, sorge un dubbio. Viene da chiedersi se la qualità della vita sia davvero così intimamente legata al livello dei consumi. Sarebbe sciocco negare che esistano delle esigenze primarie (come nutrirsi, vestirsi, abitare) sotto le quali la situazione umana si fa critica. Ma, allo stesso tempo, sarebbe forse il caso di chiedersi se, nella cultura occidentale, cercando una definizione del concetto di felicità non abbiamo dato troppo peso al parametro economico, alla soddisfazione materiale, al possesso.

Forse un momento di crisi come quello attuale, tra i tanti disagi che comporta, potrebbe avere il pregio di farci capire che la vera ricchezza di un popolo non si misura in playstation o schermi al plasma, e che la felicità non si conserva insieme allo scontrino.

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Esperienze benefiche

Pubblicato da pj su 12 Agosto 2008

Massimo Gaggi sul Corriere raccontava ieri la storia di un gruppo particolare.

Erano conosciuti come Businessmen, ma non erano un azzimata congrega di professionisti: erano una banda di giovani di colore che negli anni Cinquanta ha cominciato a scorrazzare per la periferia di Los Angeles, contendendosi il territorio con la gang rivale (gli Slausons) e lasciando sul terreno, nelle proprie scorribande, più di qualche morto.

Gli anni sono passati, la banda si è sciolta e ognuno è andato per la sua strada: chi ha trovato la via della criminalità (e del carcere), chi un lavoro serio, chi addirittura una professione di un certo livello.

I superstiti si sono reincontrati per ricordare i cinquant’anni della gang, e hanno preso una decisione: aiutare i ragazzi di oggi a non cadere nei loro stessi errori. Così, in una ideale riedizione della banda, si sono organizzati per creare un centro dove i ragazzi disadattati della “loro” periferia possono entrare in contatto con una realtà diversa, trovando stimoli culturali e pedagogici per uscire da una realtà che, nelle periferie fatte di noia e criminalità, è quasi una strada obbligata per troppi ragazzi, nelle strade della west coast americana come a Scampia.

I Businessmen, come chiosa Gaggi, avrebbero potuto fare altro: incontrarsi per ricordare il passato tra una partita a carte e un drink. Hanno scelto la strada più difficile: ricordare il passato mettendo a frutto la loro dolorosa esperienza. Lontani da inutili autoreferenzialità e vicini ai bisogni di chi, oggi, rivive le stesse vicende e gli stessi pericoli dei giovani di ieri.

Naturalmente non sono i soli a impegnarsi socialmente per i ragazzi di periferia, ma hanno una carta in più rispetto ad altri: possiedono un’esperienza diretta e concreta che permette loro di capire meglio di chiunque altro i bisogni, le frustrazioni e le speranze dei Businessmen di oggi.

Indubbiamente una bella lezione: mica facile avere la il coraggio e la lungimiranza per mettere a frutto le proprie esperienze.

Viene da pensare a tutte le volte in cui, in passato, ci siamo ritrovati ad affrontare situazioni difficili, critiche, magari traumatiche. Ne siamo usciti, ma senza trovare una risposta plausibile alle nostre domande.

Chissà che la risposta ai perché di ieri non stia proprio in quell’esperienza che, oggi, potrebbe aiutare gli altri.

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Buona pubblicità

Pubblicato da pj su 11 Agosto 2008

“Uno sparo d’argento per il servitore di Dio”, titola oggi La Stampa parlando di Giovanni Pellielo, medaglia d’argento ieri nel tiro al piattello alle Olimpiadi di Pechino.

«”L’importante era fare un’altra volta pubblicità a Dio” . Giovanni Pellielo ha la faccia mite delle brave persone e lo sguardo strano degli uomini con molte certezze. Dice che la fede è la sua forza, e siccome a forza di spari e preghiere si è guadagnato la terza medaglia olimpica consecutiva, si vede costretto a ripeterlo ogni quattro anni, quando gli occhi del mondo tornano a posarsi su di lui. “Per me esserci significa testimoniare con la mia presenza la Verità”», spiega [...].

A dire il vero Pellielo non sembra molto infastidito dal fatto di vedersi “costretto” a parlare della sua fede ogni quattro anni. Forse il fastidio maggiore è quello dei giornali, “costretti” a riprendere un tema scomodo come la fede anche in un contesto come le olimpiadi cinesi, che si vorrebbero asettiche come non mai.

Non solo a Pellielo non dispiace parlare di fede: pare che la sua motivazione principale sia fare “pubblicità a Dio”. E proprio con questo scopo aveva chiesto a Dio di farlo arrivare ancora una volta sul podio.

Fare “pubblicità a Dio”: al di là di ogni possibile interpretazione malevola, è quanto di più normale dovrebbe esserci per un cristiano che ha trovato in Dio la pace, la gioia, un senso alla propria vita.

Peccato che, come giustamente Pellielo rilevava nei giorni scorsi in un’intervista al Giornale, ci sono cristiani coerenti, ma anche molti che «si professano credenti e fanno ben altro». Vivere ogni giorno la propria fede è faticoso e richiede un impegno costante. Molto più comodo praticare una religione con le sue regole, i suoi doveri e suoi divieti.

Ogni tanto qualcuno che ha capito la differenza ha un’occasione - magari olimpica - per dirlo. Difficile che non dia fastidio.

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